martedì 29 settembre 2020

Io e mia madre, laboratorio esperenziale di gruppo sulla relazione con la madre.

 https://www.facebook.com/events/674572876769471


Venerdì 16 ottobre 2020 dalle ore 16:00 UTC+02 alle 18:00 UTC+02
via maggiore pietro toselli,26 90143 Palermo
Tutti · Evento organizzato da Progetto Merkaba
La prima relazione con il mondo è quella con la madre, è lei che forgia il nucleo caldo della fiducia in noi stessi, la nostra ossatura per affrontare la vita.
Nessuno di noi può non avere avuto una madre, non essere figlio, che sia una madre naturale o adottiva o "altra" questa figura è la prima che ci sostiene tra le sue mani affinché la vita non cada nel vuoto, nel non-senso. E’ la “soccorritrice”, le sue mani rappresentano l'iniziale linguaggio del mondo così come il suo volto è il primo specchio attraverso cui il bambino vede se stesso.
Questo rapporto privilegiato condiziona la nostra immagine corporea, la relazione con il cibo, le nostre relazioni future, le dipendenze affettive, la visione del mondo e di noi stessi.
Sarà una occasione per viaggiare in questo spazio interiore e, attraverso il confronto con gli altri, potremo esplorare e condividere le esperienze osservandole da nuove prospettive ed elaborare i vissuti emersi.
Il laboratorio esperenziale si svilupperà in 4 incontri settimanali dal 9 al 30 ottobre 2020, ognuno della durata di circa due ore.
Struttura degli incontri e tematiche di interesse:
1. La madre, la radice: l’Archetipo della Grande Madre e simbologia; allineamento con il primo chakra Muladhara che rappresenta l’energia primordiale, il centro della vitalità e della gioia di vivere, è la pietra su cui poggiano tutti gli altri.
2. Nascita: accettazione e rifiuto, percezione dell’immagine corporea, rispecchiamento, emozioni inespresse.
3. Relazione con il cibo, dipendenze e relazioni con gli altri.
4. Stare nel mondo con gioia: autoaffermazione, auto-realizzazione.

Si sperimenteranno, altresì, tecniche di rilascio emozionale e meditazioni guidate.
I partecipanti sono invitati a portare con sé una foto della propria madre e una di se stessi da piccoli.
Si consiglia abbigliamento comodo e se si preferisce un tappetino per le meditazioni.
Gli incontri saranno condotti dalla Dott.ssa Maria Burgarella, Dott.ssa in Psicologia e Trainer in Psicoalchimia trasmutativa
pagina Facebook: Dott.ssa Maria Burgarella
https://psicoalchimiaburgarella.blogspot.it/
Sede degli incontri:
Progetto Merkaba
Via Maggiore Toselli 26,
Palermo
Contributo di partecipazione singolo incontro € 15, posti limitati.
Gli incontri saranno condotti seguendo le norme anticovid, pertanto è assolutamente necessaria la prenotazione.
Per iscrizioni, info e prenotazioni:
3319394109
3337436160
progettomerkaba@gmail.com
maburg4@gmail.com

lunedì 28 settembre 2020

Trasmutare se stessi attraverso il cibo

 

Trasmutare se stessi attraverso il cibo

Tra alchimia, psicologia e simbologia

27 SETTEMBRE 2020, 
La via della consapevolezza e dell'amore passa anche attraverso il cibo simbolizzato (Cenacolo, Leonardo Da Vinci)
La via della consapevolezza e dell'amore passa anche attraverso il cibo simbolizzato (Cenacolo, Leonardo Da Vinci)

Negli ultimi tempi abbiamo assistito alla proliferazione sul web e sui media di tutorial e programmi televisivi tutti incentrati sul cibo e sulle sue infinite preparazioni che durante il periodo di lockdown sono divenuti essi stessi cibo per gli appassionati di cucina e per dilettanti mossi dal bisogno di passare il tempo dilatato. Ma oltre all’aspetto meramente pratico, alla necessità di trascorrere le lunghe ore finalmente ritrovate, vorrei porre l’accento sugli aspetti simbolici legati al nostro nutrimento fisico e interiore.

Molte persone hanno messo le mani in pasta, preparando pizze, pane e cibarie di ogni tipo, svuotando gli scaffali dei supermercati di farine e lieviti vari. Innumerevoli tipi di diete sono di facile accesso per avere una forma perfetta, aderente a quella idealizzata. Negli ultimi anni si è diffusa anche la nutrigenomica, disciplina che studia la relazione tra il cibo e la struttura del DNA, offrendo diete personalizzate in base al DNA.

Eppure dietro a tutto questo rincorrere la forma fisica, un aspetto curato e ben nutrito ci sono infiniti altri significati.

L’atto del mangiare, spesso veloce o distratto, differisce dal nutrirsi poiché in quest’ultimo il cibo assume un significato, viene “informato” da pensieri, intenzioni ed emozioni prima e durante l’assunzione.

Nutrirsi è assolutamente un processo alchemico, è permettere al cibo di entrare dentro di sé, di diventare parte di noi, è una delle esperienze primarie della nostra vita. Pensiamo alla tenerezza della madre verso il neonato che tramuta il sangue in latte, il corpo è un vero e proprio laboratorio alchemico dove il cibo viene elaborato, trasformato, sminuzzato, de-composto, smontato, destrutturato per essere poi trasformato in nutrimento per ogni cellula del nostro organismo.

Sigmund Freud nel suo Totem e tabù descrive l'orda primitiva, una banda di fratelli preistorici dominata da un padre potente e geloso delle proprie donne ma temuto e rispettato, che si organizzò e decise di ucciderlo. Il corpo del padre fu tagliato a pezzi e divorato da tutti i fratelli, fu così introiettato: la forza e il potere del padre, attraverso il sangue, divennero parte di coloro che se ne nutrirono.

La psicoanalisi associa il cannibalismo alla fase orale dello sviluppo libidico e alla componente sadica, al desiderio di incorporazione dell’oggetto amato, sostituito successivamente dall’identificazione.

L’impulso arcaico antropofagico emerge sovente nella relazione amorosa allorché si desidera mordere, quasi mangiare parti della persona amata per incorporarla al proprio interno per sempre, quante volte abbiamo sentito dire: “Ti mangerei!”.

Il cibo, dalla radice greca kapto e poi dal latino capio, prendere, assumere, racchiude in sé un intreccio di simboli e di dimensioni.

Si condivide il pasto con gli amici, con la persona amata, con i familiari e si percepiscono emozioni e sensazioni, prestiamo attenzione ad esse?

Riflettere sulla prima, fondamentale relazione con la madre, facilita la comprensione sul significato simbolico che attribuiamo al nutrimento: come utilizzava gli alimenti nella relazione? Servivano a compensare delle carenze? A ricattarci? A consolarci? O a tanto altro? Ad ognuno la sua riflessione.

Il rapporto con il cibo è come un rapporto d'amore, ci gratifica o riempie un vuoto emotivo, è consolatorio o riparatorio della mancanza, della perdita. Si può mangiare o non mangiare per protesta, per affermare la propria identità, per rabbia o frustrazione, per evitare di contattare le emozioni profonde, per punirsi o punire l'altro.

Il cibo è simbolo e veicolo della libido, l'energia psichica intesa da Jung come spirito vitale, la pulsione di vita che va oltre la sopravvivenza della specie ma investe ogni ambito dell’esistenza. La libido agisce inizialmente nel bambino sulla funzione nutritiva, trasmigra successivamente nella funzione sessuale e prosegue per tutta la vita, trovando sempre nuovi canali di appagamento.

Si può affermare che l'atto del mangiare è femminile, è energia yin secondo la medicina cinese, incorporare il cibo infatti è fare spazio all'interno del corpo proprio come la madre fa spazio dentro di sé all'embrione. Se pensiamo al primo nutrimento ricevuto già nel ventre materno e poi al latte, liquido caldo, dolce che sgorga dal seno della madre, possiamo dire che è stata un’esperienza di godimento, di consolazione, di piacere, di rassicurazione, di benessere, di attaccamento con tutte le sensazioni ed emozioni corrispondenti. Nella medicina cinese lo yin è collegato al dolce, il salato è yang: se ho una predilezione per il dolce tendo a colmare un vuoto di madre, mentre se prediligo il salato ho un vuoto di padre, intese come figure genitoriali presenti o meno che si portano con sé una storia, un codice che passa attraverso le generazioni e conoscerlo può farci capire che rapporto abbiamo col cibo e con noi stessi.

Mi piace citare spesso i Veda perché contengono delle verità, una frase inerente al tema affrontato è “tutto è cibo”, ovvero tutto quello che arriva a noi in varie forme si trasforma in cibo. Ancora il termine Ahamannam, significa “io sono colui che è mangiato”; nella vita il mangiatore è anche colui che viene mangiato, l'atto del mangiare fa sì che la vita accada nel momento in cui qualcosa viene ingoiato, prima non c'è vita. Una mela è sul tavolo, si può decidere di mangiarla o meno, si può mettere un’intenzione nell'atto del mangiare perché la desideriamo, la troviamo seducente, vogliamo addentarla, immettiamo un significato, un’emozione e nel momento in cui decidiamo di mangiarla diventa viva.

Considerare, quindi, il cibo nelle dimensioni simbolica, fisica, emotiva, energetica, significa connettersi all'anima che non si tocca, che risiede nel senza-tempo, che segue leggi di significati, di informazioni, allora il cibo diventa una forma-cibo. Ogni alimento ha una propria frequenza e vibrazione che entra in risonanza con il DNA di colui che lo mangia. Il DNA è un’entità vibrazionale che si modifica sia nell'aspetto molecolare che in quello emozionale. Il cibo è, quindi, portatore di informazioni, di frequenze vibratorie e viene informatizzato con le intenzioni ed emozioni, continuamente.

Inoltre, se non consideriamo il piacere erotico presente nell'atto del mangiare, il cibo sarà vuoto. Le diete spesso non funzionano perché evocano l'assenza di godimento, una privazione inconscia che rende il cibo nemico dell’immagine corporea idealizzata spesso distorta e condizionata dai modelli mediatici di bellezza-magrezza. Si desidera piacere e piacersi, lecito, ma se il desiderio non è associato a una trasformazione interiore risulta vacuo, sterile, se non si trasforma l’interiore non muterà la forma fisica.

La via della consapevolezza e dell’amore per se stessi passa quindi, forse in maniera spesso inconsapevole, anche attraverso il cibo ed i suoi significati.

Una breve poesia di Khalil Gibran descrive l’alchimia della nutrizione:

E quando addentate una mela, ditele nel vostro cuore:
I tuoi semi vivranno nel mio corpo,
E i tuoi germogli futuri sbocceranno nel mio cuore,
La loro fragranza sarà il mio respiro,
E insieme gioiremo in tutte le stagioni.

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Maria Burgarella
Nata a Trapani e laureata in Psicologia all’Università “La Sapienza” di Roma, è studiosa di Alchimia Trasmutativa, psicologia quantistica, tecniche a mediazione corporea. La passione per l’arte e la scrittura si integrano nel suo approccio olistico alla comprensione della Psiche.

giovedì 27 agosto 2020

IL POTERE DEL DESIDERIO

 

Il potere del desiderio

Desiderare senza attaccamento

27 AGOSTO 2020, 
Attento a ciò che desideri, perchè potresti ottenerlo, foto Sergio Pessolano
Attento a ciò che desideri, perchè potresti ottenerlo, foto Sergio Pessolano

Il desiderio di schiavitù è un retaggio dell’abitudine ad esserlo stati nei secoli, la radice è la paura della libertà perché implica responsabilità di azioni, di decisioni. Siamo come bambini che ancora si affidano ad altri adulti di potere che gestiscano la loro vita. Ma non è sempre così o meglio non è così nelle società cosiddette selvagge, forse più evolute rispetto a quelle civilizzate?

Molti anni fa lessi un libro che mi affascinò davvero, Anarchia selvaggia dell’antropologo francese Pierre Clastres. Questo testo cerca di rovesciare il paradigma della filosofia politica occidentale, basato su un concetto fondamentale: ogni società umana si regge sulla coercizione politica e sulla presenza dello Stato. Clastres, invece, attraverso una serie di ricerche sulle società primitive e sulla loro organizzazione sociale, prende in considerazione un modello sociale caratterizzato invece non dalla presenza e nemmeno dall’assenza dello Stato, ma decisamente “contro” lo Stato che viene rifiutato da queste società tribali proprio perché determina divisioni. Nelle società primitive il potere appartiene al corpo sociale come unità indivisa e il capo paradossalmente non può nulla se non parlare per conto della comunità: infatti, quest’ultima, lo sorveglia in modo che il potere trascendente affidatogli non divenga dominio. Clastres vide proprio in quelle società selvagge un modello sociale alternativo a quello del mondo occidentale.

Da cosa ebbe origine il potere dell’uomo sull’uomo? Semplicemente perché l’uomo lo desidera.

Étienne de La Boétie, filosofo, scrittore, giurista vissuto nel ‘500, nel suo famoso Discorso sulla servitù volontaria, chiama “il tragico evento” il momento in cui l’uomo rinunciò alla propria natura, “l’esser nato per vivere libero”, scegliendo la servitù e la sottomissione, sacrificando la propria innata libertà per la nascita dello Stato. Pulsione di assoggettamento, desiderio innato o acquisito?

Cito alcune sue frasi che ritengo illuminanti:

Vorrei solo riuscire a comprendere come mai tanti uomini, tanti villaggi e città, tante nazioni a volte, sopportano un tiranno che non ha alcuna forza se non quella che gli viene data, non ha potere di nuocere se non in quanto viene tollerato. Da dove ha potuto prendere tanti occhi per spiarvi se non glieli avete prestati voi? come può avere tante mani per prendervi se non è da voi che le ha ricevute? Siate dunque decisi a non servire più e sarete liberi!

Solo la libertà, gli uomini non la desiderano perché se la desiderassero essi l’otterrebbero.

Mentre per Clastres: “L'esempio delle società primitive ci insegna che la divisione non è insita nell'essere sociale, ma ha inizio con la nascita di quella istituzione di carattere politico, sociale e culturale che chiamiamo Stato, che esercita la propria sovranità ed è costituita da un territorio e da una popolazione che vi risiede. In altre parole, lo Stato non è eterno, ma ha una data di nascita... E la luce così gettata sul momento della nascita dello Stato renderà forse chiare anche le condizioni (realizzabili o no) della sua possibile morte”.

Certo il nostro antropologo di questo era convinto, che ci fosse la necessità di far morire questa Istituzione proprio perché tale organizzazione sociale condiziona i desideri individuali.

Un elemento descritto nel libro che mi ha colpito immensamente rimanda al tema del desiderio: nelle cosiddette “società selvagge” c’è una totale assenza del possesso, in quanto è impossibile che nasca il desiderio del possesso laddove non c’è desiderio di potere.

E questo mi sembra un fattore che le rende “avanzate”, proprio perché non avviene l’accumulo di beni ma lo scambio e il dono commisurato ai reali bisogni quotidiani da soddisfare: “a ciascuno secondo i suoi bisogni”, in questo modo il possesso diventa irrilevante e inutile.

La società occidentale, di contro, è basata sul potere, sulle classi, sulle divisioni tra dominanti e dominati, sull’economia e sul mercato che inducono bisogni di possesso derivanti dalla sensazione di mancanza; compro una macchina potente perché sento di non esserlo, compro vestiti firmati perché credo di non valere abbastanza, mi identifico con l’oggetto perché proietto su di lui valori di cui avverto l’assenza e credo, illusoriamente, che possedendolo sarò apprezzabile. Si tratta di una Società in cui l’identificazione e la proiezione imperano.

I media inducono ipnoticamente a desiderare di possedere oggetti che rappresentano uno status per essere persone di successo: una bella casa, una bella macchina, bei vestiti, tutto un seducente paniere di prelibatezze e gioiellini dalla luce accecante che offrono l’illusione di felicità a suon di spot accattivanti e mesmerici.

Così il possesso non si limita alle cose, agli oggetti, ma si estende anche alle persone con gli effetti collaterali che tutti ben vediamo nella società, si può affermare così che il mercato dirige i desideri attraverso bisogni indotti.

Eppure anche possedendo gli oggetti non cessa la bramosia dell’individuo, che si sente infelice e ricerca nuovi oggetti da possedere non accontentandosi mai ed entrando in un ciclo di desideri incessante. Da dove nasce questa sofferenza psichica?

La sofferenza psichica nasce allorché ci si allontana dalla legge del desiderio, da quella forza che non si placa con la soddisfazione, né si accontenta dei beni materiali o del successo. Accade che si smette di desiderare per sé stessi e si prende un’altra direzione allontanandosi dai propri sogni e rinunciando ai propri talenti.

La stessa etimologia del termine desiderio - dal latino de-, e sidus, "stella", letteralmente, "cessare di contemplare le stelle a scopo augurale", ci spiega come esso rappresenti la sensazione di assenza di una presenza: contiene una parte di dolore che deriva dal constatarne l’assenza. Infatti, si arriva ad osservare le stelle in attesa speranzosa di qualcosa che si percepisce assente ma che si vuole sia presente nella propria vita. Dietro il desiderare vi è la primordiale ricerca dell’unità, una sorta di spinta all’emancipazione dalla dualità.

Nell’atto del desiderare è già presente l’oggetto del desiderio, non importa se verrà raggiunto, ciò che conta è l’energia “desiderio” che si autoalimenta in un ciclo continuo, come una sorta di carburante che spinge l’uomo verso una meta, che traccia il percorso per giungere ad essa. È indispensabile, però, sapere per quale motivo si arriva a desiderare proprio quella cosa, quale parte della persona si cela dietro quello specifico desiderio che mette in moto le azioni per raggiungere la sua soddisfazione: che avvenga o meno è irrilevante nel meccanismo del desiderio, ciò che ha rilevanza è l’atto stesso del desiderare.

Gli studi sulla deprivazione materna hanno messo in luce che la soddisfazione dei bisogni primari non è sufficiente alla vita, ma è necessaria la presenza dell’altro, della relazione. Come teorizzò Sigmund Freud, si desidera qualcosa di perduto. Nel neonato un bisogno fisico come la fame, determina uno stato di tensione ed eccitamento che viene soddisfatto dalla presenza di un altro soggetto: la madre che offre il seno che lo nutre e placa il suo bisogno. Per Freud, pertanto, il desiderio è la percezione di questo soddisfacimento. Il desiderio nasce quindi dall’assenza di qualcosa che è stato sperimentato come gratificante attraverso il ricordo di quella esperienza, è l’azione psichica che tende a ricostruire la situazione originaria. Eppure ancora questo non basta: il neonato sazio continua a ricercare il seno materno, il suo calore, la sua presenza, la relazione significativa, intrisa di valore, questo determina il desiderio più che la soddisfazione del bisogno fisiologico.

La meta del desiderio non è paradossalmente il suo soddisfacimento, altrimenti cesserebbe il desiderio stesso, ma il desiderare, trovare il nuovo nello stesso. In questo Sant’Agostino ci illumina quando afferma che: “La beatitudine è desiderare ciò che si ha”. Come avviene quando traiamo godimento dal guardare un tramonto, un fiore, un bambino che gioca, il volto della persona amata, uguali ma sempre diversi perché il nostro sguardo amorevole aggiunge piacere al piacere stesso.

Pensiamo all’amore la cui parola è “ancora”, come afferma lo psicoanalista Lacan, ne desideriamo sempre di più, ci nutriamo di esso nel cerchio perfetto del nostro sguardo sul mondo e i sugli oggetti. Ancora secondo Lacan il desiderio è la presenza di una mancanza, la percezione di essere incompleti senza. L’inconscio è intelligente e segue la logica del desiderio che orienta l’essere nel mondo e come quest’ultimo è concettualizzato.

L’energia propulsiva, creativa del desiderio è il motore del mondo, di noi stessi, ma è necessario riconoscerla, accoglierla con sguardo carezzevole, osservare i nostri desideri. E bisogna anche rendersi conto se essi sono allineati con quella che Deepak Chopra chiama “infinita intelligenza della natura”, ossia essere consapevoli sia della natura dei nostri desideri sia dell’effetto che la loro soddisfazione avrebbe per noi, per l’intera umanità e per il pianeta in cui viviamo.

Insomma nella nostra società occidentale guidata dalla mente, la separazione dei due emisferi celebrali, quello sinistro responsabile della razionalità e quello destro legato invece all’intuizione e alla conoscenza innata, ci rende difficile essere collegati alla Natura. Allora girando lo sguardo al mondo orientale vediamo che le filosofie orientali offrono una chiave di lettura interessante, secondo cui occorre desiderare senza voler possedere, senza attaccamento. Il Maestro Siddartha si rese conto che desiderare non è male, infatti il dolore e la sofferenza nascono semmai dal desiderare con attaccamento, dalla brama che nasce dall’oggettivazione. Perché si arriva a considerare come un’ancora di salvezza senza la quale non possiamo vivere oggetti o persone atti a soddisfare i nostri desideri: ci sembra che pongano fine alla sofferenza, ma si tratta solo di una pura illusione.

Per Siddharta Gautama - Buddha “dall’attaccamento sorge il dolore, dal dolore sorge la paura. Per colui che è totalmente libero, non c’è attaccamento, non c’è dolore, non c’è paura”.

Inoltre, la filosofia Zen ci suggerisce di vivere il momento presente; quando desideri desidera semplicemente, senza proiettare il tuo ego, senza voler possedere, questo è il vero scopo della ricerca della felicità e, soprattutto, una volta raggiunto l’oggetto che soddisfa quel desiderio bisogna saper lasciare andare l’oggetto stesso.

E allora cosa sarebbe opportuno fare per stare in pace con sé stessi?

Bisognerebbe imparare a desiderare, non inseguire il godimento effimero e fugace che svilisce e svuota l’esperienza della vita!!!

Il disagio di questo tempo è proprio quello che deriva dall’equivoco di scambiare il desiderio per il godimento, ma che qualità ha una vita senza desideri?

L’individuo coincide con i suoi desideri, e se il desiderio fonte di tutti gli altri fosse ricongiungersi con la Somma Intelligenza, il Campo Unificato, la Coscienza Universale?

Con la sua ironia lo scrittore Oscar Wilde ci ammonisce con uno dei suoi Aforismi:

Attento a ciò che desideri, perché potresti ottenerlo.

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Maria Burgarella
Nata a Trapani e laureata in Psicologia all’Università “La Sapienza” di Roma, è studiosa di Alchimia Trasmutativa, psicologia quantistica, tecniche a mediazione corporea. La passione per l’arte e la scrittura si integrano nel suo approccio olistico alla comprensione della Psiche.

lunedì 27 luglio 2020

Psicoalchimia, uno strumento di autoconoscenza.


https://wsimag.com/it/scienza-e-tecnologia/62907-psicoalchimia

Psicoalchimia

Uno strumento di autoconoscenza

27 LUGLIO 2020, 
Maria Burgarella, Inconscio verbalizzato
Se consideriamo che la realtà di cui facciamo esperienza è il nostro “mondo”, ossia l’insieme delle persone con le quali abbiamo relazioni, possiamo comprendere quanto è importante conoscere se stessi interagendo emotivamente con esse. Tutto il resto è sfondo, come disse Carl Gustav Jung “Il resto del mondo è tutto nei giornali, è mitologia giornalistica”.
Interviene in questo intreccio di relazioni la legge della risonanza o degli specchi secondo cui gli altri rimandano delle parti di noi da elaborare per l’autoconoscenza. Così ciò che irrita o disturba porta a una scelta: aprire la porta interiore e guardare dentro alla ricerca dell’origine del disagio o sbarrarla proiettando sugli altri la causa dei propri mali.
Sarebbe auspicabile operare la scelta di varcare la soglia del mistero celato dentro noi stessi, di iniziare il Viaggio dell’Eroe e scrivere la fiaba della nostra vita.
Succede sovente però che il dolore viene allontanato, represso, negato addirittura, ma più ci si oppone ad esso tanto più persisterà. Jung afferma “Non c’è presa di coscienza senza sofferenza. La gente arriva ai limiti dell’assurdo per evitare di confrontarsi con la propria anima. Non si raggiunge l’illuminazione immaginando figure di luce, ma portando alla coscienza l’oscurità interiore”.
E qui entrano in scena le emozioni, dal latino e-movere qualcosa che si muove. Esse sono eventi fisici che hanno dei correlati a tutti i livelli: endocrino, immunitario, nervoso. Immaginiamole come un’onda che sale, arriva al suo picco, scende e fluisce. Il momento di ascolto dell’emozione spesso non accade, si scappa dalla stessa a meno che non sia piacevole.
Poiché siamo un campo energetico psico-emotivo in continuo flusso, un blocco emotivo si riflette nel corpo che contiene tutte le memorie psico-biografiche. Le emozioni non fluite e represse si cristallizzano divenendo dei sintomi psicologici, psicosomatici e organici, come sappiamo dagli studi della PNEI (Psiconeuroendocrinoimmunologia). Ogni sintomo psicosomatico è quindi una conversione, cioè uno spostamento dell’emozione sul soma. Le emozioni sono “amiche” funzionali al benessere, anche quelle connotate negativamente, ma per renderle tali servono tre passaggi: accogliere il nostro dolore, accettare le emozioni distoniche e amare, il processo alchemico così come ogni cambiamento interiore necessita del lievito madre amore.
Un’antica scienza esoterica il cui scopo era quello di trasformare ciò che per l’uomo è negativo in positivo, per fargli scoprire la sua vera natura interiore, è l’Alchimia - dal greco khymei - fondere, allegare, colare insieme - descrive il processo di trasmutazione del piombo-Io in oro-Sé, la pietra filosofale, la sostanza catalizzatrice capace di sanare la corruttibilità della materia.
Molti anni fa iniziai ad interessarmi all’Alchimia, sia come scienza esoterica che come metafora della realizzazione del Sé attraverso l’esplorazione dell’inconscio, nel cammino di individuazione che ognuno di noi percorre nella sua esistenza.
Le tre fasi dell’opera alchemica – Nigredo, Albedo e Rubedo – rappresentano l’itinerario psichico che conduce alla coscienza di sé liberata dai conflitti interiori e sono, a mio parere, dei cambiamenti di stati di coscienza.
Mi piace suggerire l’immagine della fionda per rappresentare il percorso alchemico di individuazione. Per lanciare il sasso occorre tirare la fionda al massimo possibile all’indietro, bisogna arrivare al punto più profondo di se stessi per poi fare il salto quantico della guarigione.
Il compito affidato all’individuo è di cercare l’unica cosa che esiste: il Sé, essere quindi un uomo che ha coscienza di chi è e di quello che fa. Lo strumento che conduce a questa consapevolezza è il Logos o Intelligenza, la luce che rischiara le tenebre dell’inconsapevolezza.
Così come l’alchimista opera sugli elementi chimici trasformandoli, così lo psico-alchimista, insieme al soggetto, trasforma con l’osservazione e la conoscenza gli elementi intrapsichici emersi.
Le resistenze ad intraprendere l’unico vero viaggio della vita, quello dentro se stessi, risultano amplificate quando si vive un periodo emotivamente impegnativo, ci si sente vulnerabili, disorientati e insicuri. Le proprie certezze vacillano e le emozioni assumono l’aspetto di cavalli selvaggi che finiscono per gettare la persona nell’angoscia. Proprio per questo risulta indispensabile superarle. La paura del viaggio iniziatico può essere mitigata dalla presenza di una guida – come, ad esempio, Virgilio, nella Divina Commedia - che simboleggia quella figura pronta ad accompagnare l’individuo che voglia affidarsi e sia disposto ad affrontare questo processo con fiducia in sé e in colui che opera il sostegno psicologico.
Così lo psico-alchimista è una sorta di guida che non ritiene vi sia separazione tra la dimensione materiale e quella simbolica e spirituale, non considera la sofferenza come qualcosa da eliminare, da scacciare come un demone, come un nemico da combattere, ma come un’amica da accogliere e ascoltarne il messaggio, funzionale alla propria disvelazione: “Tu sei perfetto!”.
Il tasto di accensione del processo alchemico è la catabasi ossia la discesa negli Inferi dell’inconscio, descritta da Dante nel suo testo iniziatico; sulla porta dell’Inferno si legge “Lasciate ogni speranza o voi che entrate”, volendo sottolineare come sia necessario abbandonare tutte le credenze e le illusioni. Una volta entrati nella selva oscura non c’è speranza di tornare indietro, non è possibile restare la persona che si era prima poiché se ne uscirà totalmente trasmutati in una nuova essenza.
Così come nel motto alchemico “Solve et coagula” che significa “sciogli e ricomponi”, viene indicata la destrutturazione interiore che precede l’integrazione delle parti in una nuova “forma”.
Il confronto con la sofferenza induce paura, reticenza, come ogni cambiamento. Nella filosofia buddista che offre ottimi spunti di riflessione su questo tema, troviamo le 4 nobili verità espresse dal Buddha, in particolare la prima afferma “La vita è sofferenza, dolore”. Il dolore è Dukka: Duh è un prefisso negativo, Kha significa vuoto, dunque Dukka sottintende qualcosa di inconsistente, insoddisfacente, illusorio. La sofferenza è illusoria ma per realizzare che lo è bisogna “stare nella sofferenza”. Questo concetto richiama alla mente l’immagine del Buddha immerso nel Samadhi, uno stato di estasi, completamente “presente” e connesso con il Superconscio, con il campo quantico della coscienza universale, ad indicare la via regia per la dissoluzione del dolore ossia l’osservazione distaccata ma presente.
L’Ombra esiste in presenza della Luce. Luce e Ombra sono metafore del bene e del male, positivo e negativo, le polarità, la dualità nella quale viviamo e che è manifesta nella natura; vediamo ogni giorno il sole e la luna, pensiamo che siano separati ma non lo sono, coesistono.
Torniamo all’Alchimia e alle sue tre fasi: Nigredo, Albedo e Rubedo.
La Nigredo o opera al nero, è la prima fase in cui la materia viene frammentata, disgregata, dissolta nella putrefazione. Nella Divina Commedia rappresenta il passaggio di Dante e Virgilio attraverso l’Inferno. Nella psicologia analitica elaborata da Jung, il termine indica “la notte oscura” dell'anima, è il processo di putrefazione dell’Ego, delle credenze limitanti, degli auto-sabotaggi e pregiudizi che provoca un intenso smarrimento, disperazione, una sensazione di vuoto, ma che per Jung è un prerequisito essenziale per lo sviluppo personale nel percorso di individuazione. Il confronto con l’Ombra genera una disillusione, si realizza l’inefficacia delle proprie convinzioni. Rappresenta la morte simbolica della Persona, la disidentificazione seguita dall’enantiodromia ovvero il rovesciamento nell'opposto. La Nigredo cede il passo all'Albedo, la discesa sempre più profonda nell'inconscio si tramuta in un'illuminazione dall'alto.
La seconda fase è l’Albedo o opera al bianco; la massa informe scaturita dalla Nigredo subisce la distillazione e viene preparata per la sublimazione, la materia disciolta viene ricomposta in una sintesi superiore. In questa fase, collegata all’accettazione, si attua la pratica della consapevolezza e dell’osservazione distaccata dei propri contenuti psico-emozionali. Si elaborano i problemi, inizia la cura, il superamento delle difficoltà e una nuova visione delle cose, si percepiscono nuove energie, vi è un’espansione della coscienza e della immaginazione creativa, si possono avere intuizioni che trasformano, una vera rinascita. Si apre la porta del Sé.
Nella Divina Commedia è la risalita di Dante e Virgilio nel Purgatorio. Jung equipara l'Albedo alla rivelazione dell'archetipo dell'Anima, il lato femminile inconscio negli uomini, e dell'Animus, il lato maschile inconscio nelle donne.
Il soggetto, secondo Jung, ora consapevole degli aspetti negativi della propria Ombra, non li proietta più all'esterno ma si confronta costruttivamente con essi, attraverso la riflessione si ripiega in modo cosciente sui propri contenuti inconsci. L'Albedo consiste in definitiva nella distillazione dell'Io dall'inconscio, l’Ombra si integra nella personalità.
L’ultimo stadio è la Rubedo o opera al rosso; rappresenta la fase in cui la materia si ricompone, fissandosi e sublimandosi sotto l’effetto del fuoco, dello spirito, trasmutandosi in oro attraverso l’amore. La fase del ricongiungimento degli opposti, dell’unione di spirito e materia. Si attua la fusione tra l’Ego e il Sé, culmine del processo di individuazione.
Nella Divina Commedia rappresenta l’ingresso di Dante (energia maschile) e Beatrice (energia femminile) nel Paradiso, il matrimonio alchemico, l’integrazione delle due energie yin e yang.
In questa fase si sperimentano stati interiori di gioia, armonia, apertura alla vita e agli altri, pace, amore per se stessi e amore universale, senso di unione con il tutto. Si realizza, così, la pietra filosofale, il Sé, si è in connessione con la coscienza universale che risiede in tutte le cose sempre.
Quando si perviene ad uno stato di gratitudine e amore si entra in risonanza con il campo della pura consapevolezza che guarisce. Si entra in coerenza con lo stato quantico dove accade ogni cosa istantaneamente.
Questa condizione è ben rappresentata dalla frase di Thich Nath Hanh “Il sole è il mio cuore”.
Innamoriamoci dell’Ombra e conosceremo chi davvero siamo.
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Nata a Trapani e laureata in Psicologia all’Università “La Sapienza” di Roma, è studiosa di Alchimia Trasmutativa, psicologia quantistica, tecniche a mediazione corporea. La passione per l’arte e la scrittura si integrano nel suo approccio olistico alla comprensione della Psiche.