venerdì 27 novembre 2020

LA VENERE ERYCINA E IL FEMMININO SACRO.

 

La Venere Erycina e il femminino sacro

Il culto della Grande Madre a Erice

27 NOVEMBRE 2020, 
Lela Burgarella, Le Jerodule, servitrici della Dea
Lela Burgarella, Le Jerodule, servitrici della Dea

La mia terra natia è la Sicilia, pervasa di misteri, fucina di antiche scuole esoteriche ed esempio di cultura matriarcale legata al culto della Grande Madre, archetipo del femminino potente e numinoso strettamente connesso con la Luna, con l’inconscio, dal significato simbolico ambivalente. La terra, infatti, accoglie nel suo utero, genera vita ma al contempo la distrugge in un ciclo incessante di nascita-sviluppo-maturità-declino-morte e rinascita che caratterizza sia la vita dell’uomo che i cicli cosmici. Questo processo è ben simbolizzato dall’Uroboros o serpente cosmico che divorando sé stesso si rigenera.

Un simbolo del femminino è la montagna che ispira la trascendenza, è axis mundi ovvero simboleggia l’asse che collega il cielo alla terra, così come tutte le costruzioni che tendono verso l’alto ripropongono la sindrome edenica cioè il desiderio di ricongiungersi con il divino, di superare la dualità basata sulla separazione illusoria tra l’Io e il Tutto che genera un senso di abbandono, di mancanza.

La mia città, Trapani, ha la sua montagna sacra, “U munte”, Erice, con il suo borgo medievale la cui origine affonda nel mito.

Diodoro Siculo narra che Erice fu fondata da Eryx, Re degli Elimi, figlio dell’argonauta Bute e di Afrodite, che dedicò la montagna a sua madre e fece erigere in suo onore un tempio sulla vetta. Inoltre la tradizione vuole che questo luogo sia stato abitato dai Ciclopi da cui prende il nome l’architettura ciclopica delle mura ericine o di quelle di Mozia antica. Da decenni viene custodita ed esposta in un negozio di prodotti tipici ericini una scultura molto amata dagli abitanti che raffigura un ciclope, tappa obbligata per i numerosi visitatori che affollano le strette vie del borgo.

Il mito narra che Erice sfidò Ercole, venuto a visitare il territorio, stabilendo un patto: se avesse vinto Ercole avrebbe ceduto le vacche sacre che portava con sé, in caso contrario Erice avrebbe ceduto le sue terre. La sfida vide vittorioso Ercole che con magnanimità lasciò il regno di Erice ai suoi abitanti.

Ma prima di esplorare il culto della Venere Erycina ritengo utile fare una premessa.

Nella cultura siciliana è ancora presente il principio dell’uovo cosmico come fondamento dell’universo e l’acqua come principio di fecondità.

L’uovo è infatti elemento sempre presente nella cucina tradizionale e delle festività. E non a caso, ma perché esso è simbolo del rinnovamento della vita. In molti miti siciliani, inoltre, sono protagonisti sia l’acqua che le ninfe. Conoscere il mito mediterraneo dell’uovo cosmico, fa comprendere le radici profonde delle tradizioni siciliane e del culto della Venere Erycina di cui mi appresto a narrare.

Questo mito inizia con l’emersione dal Chaos della Grande Dea nuda che, non trovando un appoggio, divise il cielo dal mare e cominciò a danzare sulle onde. Danzando vorticosamente si diresse verso Sud spinta piacevolmente dal vento caldo che l’accarezzava. Ad un certo punto si girò per afferrare il vento, lo sfregò tra le mani trasformandolo in un serpente gigantesco. Così la Dea riprese la danza a ritmo ora frenetico, passionale, accendendo il desiderio nel serpente che sfociò poi in un amplesso travolgente. Volando a pelo d’acqua la Dea si trasformò in colomba e depose l’uovo cosmico, ordinando al serpente di avvolgerlo tra le sue spire per sette volte. Dall’uovo dischiuso nacquero tutte le cose esistenti, il rettile però si vantò di essere l’artefice della creazione provocando l’ira della Grande Madre che lo imprigionò negli oscuri recessi di una caverna.

In questo affascinante mito delle origini vi è l’entità primigenia Chaos ed il principio femminile, Shekhinah, la dimora della parte femminile di Dio che ha la funzione di conciliare gli opposti, di unire cielo e terra. Il femminile fa da mediatore, quindi, tra il mondo divino e il mondo umano, la creazione del mondo materiale infatti è l’espressione femminile del Dio maschio e rappresenta essa stessa lo Spirito.

L’energia femminile opera nel buio, nelle profondità marine, è nell’oscurità dell’inconscio che avviene la cura dell’anima, la guarigione delle ferite, la trasmutazione delle energie inferiori. La Grande Madre è salvatrice e distruttrice, è la Dea dai mille volti e dai tanti nomi, Astarte per i Cartaginesi, Toruc per i Fenici, Afrodite per i Greci e infine Venere per i Romani.

Esploriamo quindi le caratteristiche uniche e ben strutturate del culto della Venere Erycina: affonda le sue origini in oriente come si deduce dal simbolo del cane consacrato ad essa e a molte divinità orientali lunari. Un’altra peculiarità è la prostituzione sacra, praticata già in oriente da secoli e in pochi luoghi nel mediterraneo tra i quali Erice, ellenizzata dal 750 a.C.

Dal mito origina anche l’allevamento di colombe: dal tempio, infatti, al ritorno della primavera le sacerdotesse ne liberavano uno stormo, atto simbolico dell’epifania dello spirito, diretto all’omologo tempio cartaginese di Sicca Veneria, mentre dall’Africa altre colombe giungevano al tempio ericino.

Il sontuoso santuario di Venere Erycina era il tempio più bello e più visitato di tutta la Sicilia: strabordava di oro, argento e tesori accumulati nel tempo. Fu costruito all’aperto, sull’asse nord-est/sud-ovest come tutti i templi orientali, su una piattaforma di base progettata dall’architetto Dedalo che possiamo ammirare a tutt’oggi. Molti alberi e colonne lo circondavano, vi era inoltre un suggestivo pozzo sacro dove le sacerdotesse e la Dea si immergevano per purificarsi.

Con i romani il culto diventerà religione pubblica, infatti nel 211 a.C. fu portata la statua della Dea dal tempio di Erice a Roma e furono poi edificati due templi in onore alla Venere Erycina. Con l’avvento della religione cristiana, nel quarto secolo d.C., il tempio fu distrutto e sulle rovine elimo-fenicie-romane fu costruito dai Normanni il Castello di Venere, tutt’ora meta di turisti da tutto il mondo.

Dal racconto del filosofo Licofrone la Dea avrebbe salvato le tre figlie del troiano Fenodamante portandole sul monte Erice. Egesta, la maggiore, si accoppiò con il fiume Crimiso che assunse le sembianze di un cane e dall’unione nacque Ergeste, fondatore di Segesta. Si narra che periodicamente al tempio si consumasse un amplesso tra una delle Jerodule, le sacerdotesse ericine, e il Gran Sacerdote del Tempio che indossava la maschera di un cane.

La prostituzione sacra era praticata dalle Jerodule che arrivavano da ogni parte dell’isola ed offrivano la loro verginità alla Dea congiungendosi con i viandanti che arrivavano fin lassù, ogni compenso ricevuto arricchiva il tesoro del tempio che fu razziato per le sue ricchezze da Amilcare Barca.

Le Jerodule erano “servitrici della Dea”, giovani vergini che praticavano riti sia sessuali celebrando così lo hieros gamos, il matrimonio divino, che riti con danze e musiche. Inoltre, esse avevano il compito di mantenere il fuoco acceso dell’ara come segnale per le navi di passaggio.

La dimensione rituale è imprescindibile per la psiche. Come afferma Mircea Eliade: “Ogni rito, ogni mito, ogni credenza, ogni figura divina riflette l’esperienza del sacro, e di conseguenza implica le nozioni di essere, di significato, di verità. Il ‘sacro’ è insomma un elemento nella struttura della coscienza, e non è uno stadio nella storia della coscienza stessa. Ai livelli più arcaici di cultura vivere da essere umano è in sé e per sé un atto religioso, poiché l’alimentazione, la vita sessuale e il lavoro hanno valore sacrale. In altre parole, essere – o piuttosto divenire – un uomo significa essere ‘religioso’.”

Il sacro è la divinità che emana parti di se stessa nelle forme manifestate, è l’unione tra cielo An e terra Ki, tra principio maschile e femminile, da questa diade si manifesta l’Anima del Mondo.

Attraverso l’esperienza del sacro l’uomo soddisfa il bisogno innato di significato, di senso sia del mondo che dello stare nel mondo, conquista lo stato di coscienza non duale, quel paradiso perduto con la nascita dell’Io che è principio di separazione dal Tutto, l’uomo ritrova così l’unione col divino.

Nel rito sacro vi sono degli elementi ben precisi impregnati di energia vivificante: colui che vuole il rito, colui che lo celebra, l’offerta sacrificale e colui al quale l’offerta è dedicata ovvero il divino nelle sue infinite forme.

E qual è la matrice di tutte le energie se non l’energia erotica? Essa è l’energia creativa per eccellenza, è strumento di conoscenza, la vera conoscenza infatti è un atto erotico che spalanca il portale di accesso ad uno stato di coscienza ampliato in cui avviene l’unione con il mondo delle idee, degli Dei che sono aspetti del divino onnipresenti in tutti gli elementi della natura.

La sessualità è un atto creativo sacro, è offrire il Sé, è fare l’amore con il divino, con l’Anima del Mondo che è la manifestazione stessa del Sé. Così si sperimenta l’estasi, l’ispirazione, la liberazione dai condizionamenti dell’Io.

L’atto sessuale nella prostituzione sacra simboleggia l’offerta alla Dea della potente energia che si scatena durante l’amplesso, per rinnovarne la fecondità, per favorire il rinnovamento dei cicli cosmici e l’abbondanza dei raccolti. Esso avveniva all’aperto, in connessione diretta con gli elementi e con l’offerta dei residui degli amplessi alla madre terra.

In questa ottica quando un uomo e una donna scelgono di unirsi per fare l’amore diventano sacerdote e sacerdotessa, incarnano i due principi universali dalla cui fusione deriva la manifestazione delle forme nel mondo. Dedicare l’atto d’amore a qualsiasi cosa che abbia un valore benefico per l’umanità e per il cosmo, sacralizza l’energia quantica che viene rilasciata nell’atto sessuale, in quel momento di vuoto, di connessione con il campo unificato della pura coscienza.

Il solo Tempio veramente sacro è il mondo degli uomini uniti dall’amore.

(Lev Tolstoj)

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Maria Burgarella
Nata a Trapani e laureata in Psicologia all’Università “La Sapienza” di Roma, è studiosa di Alchimia Trasmutativa, psicologia quantistica, tecniche a mediazione corporea. La passione per l’arte e la scrittura si integrano nel suo approccio olistico alla comprensione della Psiche.

martedì 27 ottobre 2020

Intervista a Marzia Sucameli. La medicina antiaging e il successful-aging: come vivere a lungo e in salute.

 

Intervista a Marzia Sucameli

La medicina antiaging e il successful-aging: come vivere a lungo e in salute

27 OTTOBRE 2020, 
Tutto è Uno, come nell'universo così in noi
Tutto è Uno, come nell'universo così in noi

La ricerca dell’eterna giovinezza e della longevità ha radici antiche nell’uomo ed è quanto mai attuale nella società contemporanea. Vivere a lungo in ottima salute, prevendendo le malattie e intervenendo sullo stile di vita, adesso è possibile grazie alla medicina antiaging e agli strumenti che utilizza come il test del DNA e del microbiota.

Numerosi studi su alcune popolazioni longeve, come, ad esempio, quella degli Hunza che vive ai piedi dell’Himalaya, hanno cercato di individuare gli ingredienti della ricetta per la longevità. Gli Hunza raggiungono infatti l’età di 120/140 anni in buona salute, praticamente quasi immuni alle malattie e autosufficienti. Il loro stile di vita è considerato ottimale, ecco gli ingredienti: semi-digiuno, alimentazione ricca di vitamine, sali minerali e antiossidanti, costante esercizio fisico, assunzione di acqua alcalina presente nel loro territorio, infine, si aggiunge un atteggiamento psicologico orientato all’ottimismo e una marcata spiritualità, una ricetta per l’autosufficienza anche in età avanzata che sposa benissimo i principi base della medicina antiaging.

Negli ultimi anni assistiamo al diffondersi di discipline mediche legate alle nuove scoperte sul DNA: la nutrigenomica, la nutrigenetica e la nutriceutica, che aprono prospettive innovative sul raggiungimento del benessere psico-fisico e sulla longevità.

Qualche tempo fa ho assistito ad una conferenza dal titolo Il segreto della longevità nella medicina antiaging su queste tematiche condotta dalla Dott.ssa Marzia Sucameli, nutrizionista clinica, biologa ed esperta in medicina preventiva e rigenerativa. Dall’incontro con lei è nata un’intervista su questi argomenti che ritengo essenziali nell’ottica di un approccio integrato e olistico alla cura della persona.

In questi ultimi tempi si parla sempre più spesso di nutrigenetica e nutrigenomica, cosa le differenzia?

La nutrigenetica è la scienza che si occupa di come un determinato cibo influisce sul DNA mentre la nutrigenomica studia la risposta o reazione dell’organismo ad un determinato alimento.

L’unione di queste due branche offre una nuova comprensione su come cambia l’espressione dei geni in base a come ci nutriamo, è ormai assodato che vi sia una corrispondenza biunivoca tra quello che ingeriamo e quello che siamo e viceversa.

Assistiamo quindi ad un cambio di paradigma epocale nella medicina tradizionale, il focus adesso è sull’alimentazione, sull’esercizio fisico e sul test del DNA che permette di dedurre le predisposizioni genetiche alle malattie e quindi di prevenirle.

Dott.ssa Sucameli, lei consiglia ai suoi pazienti di effettuare il test del DNA, qual è la sua utilità?

Il test del DNA è il check up di questa nuova medicina, rappresenta la fotografia dello stato attuale e futuro della persona e non cambia nel tempo infatti è sufficiente effettuare il test una sola volta. Permette di conoscere quali sono le intolleranze alimentari e la predisposizione ai processi infiammatori. La medicina preventiva non intende modificare il DNA ma modulare l’espressione dei geni. Cambiare l’espressione genica significa, per semplificare, che se ho il gene che predispone alle malattie cardiache e muto la sua espressione genica tramite un cibo faccio sì che quel gene non si esprima per quello per cui è nato. È come se in una stanza avessi una luce e potessi modificare l’intensità di questa luce accendendo o spegnendo un interruttore; il ruolo dell’interruttore è rappresentato dal cibo, infatti, con le molecole chimiche del cibo posso modulare i geni accendendoli o spegnendoli, quindi somministrando certi nutrienti per quel gene ho buone possibilità di gestirlo.

In cosa consiste il piano terapeutico successivo al test del DNA?

Il test del DNA racconta nel dettaglio sia la predisposizione genetica che lo stato di salute attuale della persona e permette di strutturare la terapia nutrizionale atta a prevenire le malattie a cui si è predisposti o a procrastinarle nel tempo. Si propone al paziente un’alimentazione specifica personalizzata, utilizzando i nutraceutici, una sorta di cibo-farmaco. Essi sono infatti i nuovi farmaci naturali costituiti dalle molecole del cibo, si utilizzano così i nutrienti o gli estratti dei nutrienti in capsula ovviamente sotto stretto controllo del medico antiaging.

La qualità e polarità dei pensieri incidono sulla salute psicofisica?

I pensieri e le emozioni producono una cascata biochimica nell’organismo poiché si traducono nella produzione di endorfine, serotonina, dopamina, per citarne alcune, quindi la gestione e l’elaborazione delle emozioni insieme alla dieta, all’esercizio fisico sono i fattori essenziali per il benessere psico-fisico.

La medicina olistica di cui mi occupo integra e unisce mente, corpo e cibo. Ritengo basilare inoltre spiegare ai pazienti che cos’è il ritmo circadiano, cosa significa nutrirsi in base agli orari di luce e buio, in che modo il proprio stato d’animo influenza l’assimilazione del cibo. È una medicina molto complessa ma è la medicina del futuro su cui bisogna puntare.

Il cambio di paradigma che offre la medicina antiaging come viene accolto dalla medicina allopatica?

Ci sono moltissime resistenze da parte della medicina ufficiale, sono convinta però che non bisogna scardinare la vecchia medicina ma affiancarla alla nuova, per questo occorre superare questa riluttanza della classe medica per il bene di tutti.

La medicina allopatica si basa sulla prescrizione di uno specifico farmaco per ogni preciso sintomo fisico, ciò purtroppo non fa che deresponsabilizzare la persona dal lavoro su se stessa e dalla consapevolizzazione di come vive, di come si nutre, di come gestisce le emozioni.

I farmaci non guariscono ma agiscono sui sintomi, esistono dei farmaci essenziali ma sono davvero pochi, in effetti il 90% di essi potrebbe facilmente essere eliminato. L’obiettivo della nuova medicina olistica è far diventare la persona terapeuta di se stessa sostituendo gradualmente i farmaci con i nutriceutici o con i probiotici.

Quindi nel futuro potremo avere meno bisogno dei medici?

Avremo bisogno di medici che insegnano questo nuovo tipo di medicina, non più del medico prescrittore ma di un medico che ti guida, come un amico che ti consiglia cosa è meglio per te. Il paradosso è che oggi si va dai medici quando già si è malati, in questa nuova medicina si va dal medico quando si è sani per prendersi cura di se stessi ancor prima che giunga la malattia.

Come definire questa nuova medicina?

Medicina preventiva, pre-degenerativa, antiaging, il cui motto è “se previeni non ti ammali e invecchi bene”. Essa è chiamata successful-aging (invecchiamento di successo) perché il nostro DNA è programmato per arrivare a 110/120 anni sani con prestazioni fisiche e mentali non dissimili da quelle di un sessantenne e adesso è possibile farlo.

Come è strutturato l’approccio terapeutico della medicina antiaging?

Nella prima visita che dura alcune ore, si inquadra il paziente nel suo micro cosmo, indagando a 360 gradi sugli stressor, sulle problematiche psicologiche e familiari, sui gusti e abitudini alimentari, sullo stile di vita. Si suggerisce quindi di effettuare il test del DNA, indispensabile per offrire un trattamento personalizzato al paziente, insieme al test del microbiota che permette di individuare quali sono i batteri che abitano l’intestino. Esso è chiamato anche secondo cervello per l’importanza della sua connessione e comunicazione con tutti gli altri organi. In base agli esiti di questi esami è possibile per il medico antiaging prescrivere la terapia personalizzata, non solo nutrizionale o nutraceutica ma anche centrata sulla modifica dello stile di vita, suggerendo il tipo di esercizio fisico adatto al paziente, su come gestire le emozioni, offrendo tecniche di respirazione e di meditazione, è a tutti gli effetti una medicina olistica.

È preferibile, dunque, una visione dell’uomo come un’unità complessa, piuttosto che la frammentazione delle sue parti affidate a varie specializzazioni?

Certo, la medicina olistica, dal greco olos – tutto, intero, non è una medicina che va per settori separati, com’è purtroppo quella attuale, ma considera l’essere umano un’unità indivisa. È fondamentale quindi che l’intervento terapeutico sia unitario perché solo questa può essere la strada per la vera guarigione. La medicina prescrittiva che è esistita fino ad adesso somministrando un farmaco elimina unicamente il sintomo ma non rende il paziente consapevole della necessità di lavorare su se stesso per ottenere un ottima salute psico-fisica senza avere bisogno di un farmaco esterno.

Nella sua esperienza con i pazienti, come viene accolto questo tipo di approccio?

In modo molto favorevole, infatti posso affermare di ottenere il 100% dei risultati, perché mi rendo conto che i pazienti comprendono sempre di più il ruolo dei farmaci considerati come xenobiotici cioè sostanze estranee, dei veleni da cui l’organismo deve difendersi. Inoltre questo metodo viene apprezzato perché rende il paziente padrone della sua vita e, vedendo i risultati del cambiamento di stile di vita sulla sua salute psico-fisica, è soddisfatto. Il successo è garantito.

Il cambiamento di paradigma della medicina antiaging rientra nella visione olistica dell’uomo che sta attraversando varie scienze. Essa è una visione dell’intero, della totalità che supera le settorialità e le divisioni a favore di una unione e integrazione di saperi prima separati. Così come nell’Universo tutto è collegato e interdipendente così le parti che compongono l’essere umano sono anch’esse interconnesse. È tempo di consapevolizzare come tutto accada dentro di noi e che possiamo influenzare con la coscienza la realtà, quindi anche la nostra salute psico-fisica divenendo terapeuti di noi stessi nel cammino esistenziale che è un susseguirsi di preziose fasi in un continuum temporale dai confini sfumati, in cui la consapevolezza del significato profondo delle esperienze accumulate negli anni ha un valore inestimabile in termini di acquisizione di saggezza, di leggerezza, di autoironia, per saper stare nel mondo sani e felici.

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Maria Burgarella
Nata a Trapani e laureata in Psicologia all’Università “La Sapienza” di Roma, è studiosa di Alchimia Trasmutativa, psicologia quantistica, tecniche a mediazione corporea. La passione per l’arte e la scrittura si integrano nel suo approccio olistico alla comprensione della Psiche.

martedì 29 settembre 2020

Io e mia madre, laboratorio esperenziale di gruppo sulla relazione con la madre.

 https://www.facebook.com/events/674572876769471


Venerdì 16 ottobre 2020 dalle ore 16:00 UTC+02 alle 18:00 UTC+02
via maggiore pietro toselli,26 90143 Palermo
Tutti · Evento organizzato da Progetto Merkaba
La prima relazione con il mondo è quella con la madre, è lei che forgia il nucleo caldo della fiducia in noi stessi, la nostra ossatura per affrontare la vita.
Nessuno di noi può non avere avuto una madre, non essere figlio, che sia una madre naturale o adottiva o "altra" questa figura è la prima che ci sostiene tra le sue mani affinché la vita non cada nel vuoto, nel non-senso. E’ la “soccorritrice”, le sue mani rappresentano l'iniziale linguaggio del mondo così come il suo volto è il primo specchio attraverso cui il bambino vede se stesso.
Questo rapporto privilegiato condiziona la nostra immagine corporea, la relazione con il cibo, le nostre relazioni future, le dipendenze affettive, la visione del mondo e di noi stessi.
Sarà una occasione per viaggiare in questo spazio interiore e, attraverso il confronto con gli altri, potremo esplorare e condividere le esperienze osservandole da nuove prospettive ed elaborare i vissuti emersi.
Il laboratorio esperenziale si svilupperà in 4 incontri settimanali dal 9 al 30 ottobre 2020, ognuno della durata di circa due ore.
Struttura degli incontri e tematiche di interesse:
1. La madre, la radice: l’Archetipo della Grande Madre e simbologia; allineamento con il primo chakra Muladhara che rappresenta l’energia primordiale, il centro della vitalità e della gioia di vivere, è la pietra su cui poggiano tutti gli altri.
2. Nascita: accettazione e rifiuto, percezione dell’immagine corporea, rispecchiamento, emozioni inespresse.
3. Relazione con il cibo, dipendenze e relazioni con gli altri.
4. Stare nel mondo con gioia: autoaffermazione, auto-realizzazione.

Si sperimenteranno, altresì, tecniche di rilascio emozionale e meditazioni guidate.
I partecipanti sono invitati a portare con sé una foto della propria madre e una di se stessi da piccoli.
Si consiglia abbigliamento comodo e se si preferisce un tappetino per le meditazioni.
Gli incontri saranno condotti dalla Dott.ssa Maria Burgarella, Dott.ssa in Psicologia e Trainer in Psicoalchimia trasmutativa
pagina Facebook: Dott.ssa Maria Burgarella
https://psicoalchimiaburgarella.blogspot.it/
Sede degli incontri:
Progetto Merkaba
Via Maggiore Toselli 26,
Palermo
Contributo di partecipazione singolo incontro € 15, posti limitati.
Gli incontri saranno condotti seguendo le norme anticovid, pertanto è assolutamente necessaria la prenotazione.
Per iscrizioni, info e prenotazioni:
3319394109
3337436160
progettomerkaba@gmail.com
maburg4@gmail.com

lunedì 28 settembre 2020

Trasmutare se stessi attraverso il cibo

 

Trasmutare se stessi attraverso il cibo

Tra alchimia, psicologia e simbologia

27 SETTEMBRE 2020, 
La via della consapevolezza e dell'amore passa anche attraverso il cibo simbolizzato (Cenacolo, Leonardo Da Vinci)
La via della consapevolezza e dell'amore passa anche attraverso il cibo simbolizzato (Cenacolo, Leonardo Da Vinci)

Negli ultimi tempi abbiamo assistito alla proliferazione sul web e sui media di tutorial e programmi televisivi tutti incentrati sul cibo e sulle sue infinite preparazioni che durante il periodo di lockdown sono divenuti essi stessi cibo per gli appassionati di cucina e per dilettanti mossi dal bisogno di passare il tempo dilatato. Ma oltre all’aspetto meramente pratico, alla necessità di trascorrere le lunghe ore finalmente ritrovate, vorrei porre l’accento sugli aspetti simbolici legati al nostro nutrimento fisico e interiore.

Molte persone hanno messo le mani in pasta, preparando pizze, pane e cibarie di ogni tipo, svuotando gli scaffali dei supermercati di farine e lieviti vari. Innumerevoli tipi di diete sono di facile accesso per avere una forma perfetta, aderente a quella idealizzata. Negli ultimi anni si è diffusa anche la nutrigenomica, disciplina che studia la relazione tra il cibo e la struttura del DNA, offrendo diete personalizzate in base al DNA.

Eppure dietro a tutto questo rincorrere la forma fisica, un aspetto curato e ben nutrito ci sono infiniti altri significati.

L’atto del mangiare, spesso veloce o distratto, differisce dal nutrirsi poiché in quest’ultimo il cibo assume un significato, viene “informato” da pensieri, intenzioni ed emozioni prima e durante l’assunzione.

Nutrirsi è assolutamente un processo alchemico, è permettere al cibo di entrare dentro di sé, di diventare parte di noi, è una delle esperienze primarie della nostra vita. Pensiamo alla tenerezza della madre verso il neonato che tramuta il sangue in latte, il corpo è un vero e proprio laboratorio alchemico dove il cibo viene elaborato, trasformato, sminuzzato, de-composto, smontato, destrutturato per essere poi trasformato in nutrimento per ogni cellula del nostro organismo.

Sigmund Freud nel suo Totem e tabù descrive l'orda primitiva, una banda di fratelli preistorici dominata da un padre potente e geloso delle proprie donne ma temuto e rispettato, che si organizzò e decise di ucciderlo. Il corpo del padre fu tagliato a pezzi e divorato da tutti i fratelli, fu così introiettato: la forza e il potere del padre, attraverso il sangue, divennero parte di coloro che se ne nutrirono.

La psicoanalisi associa il cannibalismo alla fase orale dello sviluppo libidico e alla componente sadica, al desiderio di incorporazione dell’oggetto amato, sostituito successivamente dall’identificazione.

L’impulso arcaico antropofagico emerge sovente nella relazione amorosa allorché si desidera mordere, quasi mangiare parti della persona amata per incorporarla al proprio interno per sempre, quante volte abbiamo sentito dire: “Ti mangerei!”.

Il cibo, dalla radice greca kapto e poi dal latino capio, prendere, assumere, racchiude in sé un intreccio di simboli e di dimensioni.

Si condivide il pasto con gli amici, con la persona amata, con i familiari e si percepiscono emozioni e sensazioni, prestiamo attenzione ad esse?

Riflettere sulla prima, fondamentale relazione con la madre, facilita la comprensione sul significato simbolico che attribuiamo al nutrimento: come utilizzava gli alimenti nella relazione? Servivano a compensare delle carenze? A ricattarci? A consolarci? O a tanto altro? Ad ognuno la sua riflessione.

Il rapporto con il cibo è come un rapporto d'amore, ci gratifica o riempie un vuoto emotivo, è consolatorio o riparatorio della mancanza, della perdita. Si può mangiare o non mangiare per protesta, per affermare la propria identità, per rabbia o frustrazione, per evitare di contattare le emozioni profonde, per punirsi o punire l'altro.

Il cibo è simbolo e veicolo della libido, l'energia psichica intesa da Jung come spirito vitale, la pulsione di vita che va oltre la sopravvivenza della specie ma investe ogni ambito dell’esistenza. La libido agisce inizialmente nel bambino sulla funzione nutritiva, trasmigra successivamente nella funzione sessuale e prosegue per tutta la vita, trovando sempre nuovi canali di appagamento.

Si può affermare che l'atto del mangiare è femminile, è energia yin secondo la medicina cinese, incorporare il cibo infatti è fare spazio all'interno del corpo proprio come la madre fa spazio dentro di sé all'embrione. Se pensiamo al primo nutrimento ricevuto già nel ventre materno e poi al latte, liquido caldo, dolce che sgorga dal seno della madre, possiamo dire che è stata un’esperienza di godimento, di consolazione, di piacere, di rassicurazione, di benessere, di attaccamento con tutte le sensazioni ed emozioni corrispondenti. Nella medicina cinese lo yin è collegato al dolce, il salato è yang: se ho una predilezione per il dolce tendo a colmare un vuoto di madre, mentre se prediligo il salato ho un vuoto di padre, intese come figure genitoriali presenti o meno che si portano con sé una storia, un codice che passa attraverso le generazioni e conoscerlo può farci capire che rapporto abbiamo col cibo e con noi stessi.

Mi piace citare spesso i Veda perché contengono delle verità, una frase inerente al tema affrontato è “tutto è cibo”, ovvero tutto quello che arriva a noi in varie forme si trasforma in cibo. Ancora il termine Ahamannam, significa “io sono colui che è mangiato”; nella vita il mangiatore è anche colui che viene mangiato, l'atto del mangiare fa sì che la vita accada nel momento in cui qualcosa viene ingoiato, prima non c'è vita. Una mela è sul tavolo, si può decidere di mangiarla o meno, si può mettere un’intenzione nell'atto del mangiare perché la desideriamo, la troviamo seducente, vogliamo addentarla, immettiamo un significato, un’emozione e nel momento in cui decidiamo di mangiarla diventa viva.

Considerare, quindi, il cibo nelle dimensioni simbolica, fisica, emotiva, energetica, significa connettersi all'anima che non si tocca, che risiede nel senza-tempo, che segue leggi di significati, di informazioni, allora il cibo diventa una forma-cibo. Ogni alimento ha una propria frequenza e vibrazione che entra in risonanza con il DNA di colui che lo mangia. Il DNA è un’entità vibrazionale che si modifica sia nell'aspetto molecolare che in quello emozionale. Il cibo è, quindi, portatore di informazioni, di frequenze vibratorie e viene informatizzato con le intenzioni ed emozioni, continuamente.

Inoltre, se non consideriamo il piacere erotico presente nell'atto del mangiare, il cibo sarà vuoto. Le diete spesso non funzionano perché evocano l'assenza di godimento, una privazione inconscia che rende il cibo nemico dell’immagine corporea idealizzata spesso distorta e condizionata dai modelli mediatici di bellezza-magrezza. Si desidera piacere e piacersi, lecito, ma se il desiderio non è associato a una trasformazione interiore risulta vacuo, sterile, se non si trasforma l’interiore non muterà la forma fisica.

La via della consapevolezza e dell’amore per se stessi passa quindi, forse in maniera spesso inconsapevole, anche attraverso il cibo ed i suoi significati.

Una breve poesia di Khalil Gibran descrive l’alchimia della nutrizione:

E quando addentate una mela, ditele nel vostro cuore:
I tuoi semi vivranno nel mio corpo,
E i tuoi germogli futuri sbocceranno nel mio cuore,
La loro fragranza sarà il mio respiro,
E insieme gioiremo in tutte le stagioni.

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Maria Burgarella
Nata a Trapani e laureata in Psicologia all’Università “La Sapienza” di Roma, è studiosa di Alchimia Trasmutativa, psicologia quantistica, tecniche a mediazione corporea. La passione per l’arte e la scrittura si integrano nel suo approccio olistico alla comprensione della Psiche.