lunedì 15 febbraio 2021

Cha no yu, la cerimonia del tè giapponese. La celebrazione della transitorietà

 

Cha no yu, la cerimonia del tè giapponese

La celebrazione della transitorietà

27 GENNAIO 2021, 
La cerimonia del tè in una "ryokan", tipica casa Giapponese
La cerimonia del tè in una "ryokan", tipica casa Giapponese

Il nome Giappone contiene in sé l’essenza della sua cultura: nippon-ascolta, è rappresentato da questi due simboli 日本, i cui significati sono sole e origine, quindi origine del sole. Infatti questo Paese è chiamato “terra del Sole nascente”, proprio per la sua posizione a Oriente rispetto alla Cina.

È un luogo dai mille misteri, dal fascino antico e dal sapore moderno, una sapiente miscela tra passato e presente.

I giapponesi, la natura e le piante sono inseparabili, ne ascoltano i ritmi, le stagioni, considerano divine le montagne e venerano ancora oggi gli alberi.

È affascinante la calma e la centratura di questo popolo che da 200.000 anni è insediato in una terra turbolenta, in continua relazione con i circa 200 vulcani, molti dei quali attivi, con i terremoti e gli tsunami, come se la serenità degli abitanti compensasse l’inquietudine del luogo.

I vulcani eruttano senza preavviso, la precarietà e la transitorietà dell’esistenza è tangibile, si respira nell’aria, così la popolazione tende a festeggiare ogni attimo di ogni singolo giorno, aspirandone il profumo, inebriandosi dell’essenza vitale in tutto ciò che riempie la vacuità, mettendosi in ascolto della terra e degli esseri viventi che la abitano.

La consapevolezza di questa evanescenza raduna migliaia di giapponesi a celebrare la fioritura dei ciliegi, a cucinare e servire con dovizia e rispetto cibi stagionali, a percepire gli elementi invisibili della Natura: chi non si lascerebbe incantare dalle danze e canti delle donne ainu, l’antica popolazione autoctona, dal loro battere le mani come ali di farfalle attorno al fuoco, dalla perdita dei confini dei corpi al ritmo del canto, fino a ignorare davvero chi canta e cosa, in una fusione armonica con il tutto?

Chi non vorrebbe partecipare alla cerimonia del tè, un rito quotidiano che ha il profumo dei millenni?

Sen no Rikyū, il monaco buddista zen che ha codificato la suddetta cerimonia alla fine del ‘500, la descrive con queste semplici parole:

Ci si dovrebbe rendere conto che la via del tè è solo bollire l'acqua, preparare il tè e berlo.

La cerimonia del tè, Cha no yu che significa “acqua calda per il tè”, è un rito sia spirituale che sociale e rappresenta una delle tradizionali arti zen. Essa si basa sullo stile wabi-cha, semplice e sobrio, strettamente connesso agli insegnamenti buddisti. Già Murata Shuko, monaco zen, ne evidenziò la semplicità in una metafora poetica: “uno splendido cavallo si manifesta meglio in un'umile capanna che in una sontuosa stalla”; il cavallo simboleggia la mente originaria mentre l’umile capanna di paglia indica l’essenzialità della stanza del tè, a richiamare l’estetica giapponese, ovvero la visione del mondo fondata sull’anitya, l’impermanenza, la transitorietà e l’imperfezione delle cose che bisogna accettare.

Ma in cosa consiste tale cerimonia per lo stesso Sen no Rikyū?

Il cuore della cerimonia del tè consiste nel preparare una deliziosa tazza di tè; disporre il carbone in modo che riscaldi l'acqua; sistemare i fiori come fossero nel giardino; in estate proporre il freddo; in inverno il caldo; fare tutto prima del tempo; preparare per la pioggia e dare a coloro con cui ti trovi ogni considerazione.

Questa cerimonia è la più pura espressione dell’estetica zen: si entra da una porta talmente bassa che costringe a piegarsi in segno di umiltà, nella stanza del tè chiamata chashitsu. Essa è piccola e poco illuminata in modo da far risaltare la forza espressiva dei pochi oggetti presenti. In un lato della stanza vi è il tokonoma, una nicchia dove è esposto un rotolo con le scritture. È presente anche un tronco di legno grezzo chiamato toko-bashira dove è appesa una composizione con i fiori di stagione chiamata chabana o fiori per il tè.

L’atto del preparare il tè viene indicato con il verbo tateru – celebrare, è un rituale sacro codificato. Dopo che gli ospiti si sono accomodati in ordine precostituito – a partire dalla persona più importante o prediletta -, il teishu, colui che prepara il tè, entra dalla porta scorrevole, si inginocchia e inizia il rito di preparazione, al suono della parola okashi - servitevi il dolce, prego. Dopodichè, il teishu pone la tazza chiamata chawan davanti al primo invitato che, scusandosi con il vicino, chiede il permesso di servirsi, quindi prende la tazza girandola per esporre lo shōmen (parte della finitura che funge da riferimento) e beve a piccoli sorsi mostrando gradimento. Poi pulisce la tazza e la pone dinanzi a sé, il teishu la lava e la cerimonia prosegue fino a quando tutti hanno bevuto. A questo punto il primo ospite chiede il permesso di analizzare gli utensili, la teiera e il cucchiaino di bambù, che verranno osservati anche dagli altri. Infine, verrà esaminata la tazza, chiedendo informazioni su chi l’ha creata e sullo stile, è possibile darle un nome poetico o recitare una poesia.

La cerimonia si conclude con il teishu che si alza in piedi, si inchina sincronicamente agli ospiti e va via richiudendo la porta.

È suggestivo anche il contesto in cui il rito si svolge: si tratta di piccole costruzioni di legno situate in giardini ricchi di acqua e rocce, basterebbe anche solo il luogo per riportare l’uomo verso la dimensione della presenza.

Bisogna tener presente, inoltre, che, in Giappone, come del resto anche in Cina, la bevanda comune durante i pasti è proprio il tè, ma mentre i pasti sono accompagnati dai tè comuni quali il Bancha normale o tostato, nel corso della cerimonia si usa il prezioso tè verde Matcha, prodotto nella città di Nishio ed è l’unico tè preparato con le foglie di tè polverizzate. E lo stesso processo di lavorazione del tè è un vero rito: per rendere più morbide le foglie e poterle arrotolare più facilmente, il tè viene cotto a vapore, per un periodo molto breve e ad altissime temperature. Questo consente di bloccare il processo di ossidazione mantenendo così il colore verde brillante originario. E anche nelle piantagioni, prima di effettuare il raccolto dei germogli, le piante vengono ombreggiate coprendole con dei teli per almeno tre settimane prima di cogliere solo le prime foglioline giovani perché sono le più ricche di aromi. Per questo vengono raccolte a primavera e questo le rende particolarmente pregiate. Infatti, nel rito non si ottiene l’infusione, ma si mescola la polvere con l’acqua calda, quindi la bevanda che si ottiene è una sospensione con un metodo appreso dai monaci che assumevano la bevanda allo scopo di restare svegli nel corso dei periodi di meditazione. E così si ingerisce l’intera foglia che contiene tutte le sostanze nutrienti. Il Matcha è, infatti, un tè verde estremamente energetico, ricco di vitamine e minerali ma anche di teina.

La cerimonia completa ha la durata di circa quattro ore comprendendo anche la prima parte dove si assume un pasto leggero. Vi sono delle varianti complesse di questa cerimonia, l’aspetto affascinante è la dimensione spirituale che impregna ogni atto, ogni gesto.

La stanza stessa finisce per essere sia uno spazio fisico che spirituale, dove si sospende il brusio della mente, si è condotti nella dimensione dell’adesso e tutto il resto diventa evanescente. Si ascoltano i suoni degli oggetti, i respiri degli altri, si percepiscono le vibrazioni di ogni singolo atto rituale. Il vuoto della stanza rappresenta anche il vuoto mentale, una sorta di setaccio che separa le preoccupazioni e gli attaccamenti dall’essenziale, il momento presente. Ancora più in profondità, il tutto risulta essere solo vacuità e il nulla solo silenzio vuoto.

Questa cerimonia ci induce a fare alcune riflessioni, a chiederci:

In che modo guardiamo le cose?
Siamo presenti in ogni azione o gesto che compiamo quotidianamente? Quando giriamo il cucchiaino nel caffè dove siamo con noi stessi?
Quanti atti compiamo nell’inconsapevolezza?

Siamo nell’adesso, nell’eterno presente in cui passato e futuro coesistono nella simultaneità, in un flusso che contiene tutte le direzioni. Riportare nel qui e ora la consapevolezza è un atto rivoluzionario, ha un potere silenzioso che destabilizza quello della mente lineare proiettata al futuro o rivolta al passato. Lo stesso Sen no Rikyū dovette ricorrere al seppuku, il suicidio rituale esclusivo dei samurai, una silenziosa ma assordante protesta verso la tirannia di Toyotomi che si sentì minacciato dal cerimoniale del tè che rendeva tutti uguali, disarmati e inginocchiati. Questo grande monaco buddista zen ha impresso nella cerimonia i quattro principi dei suoi insegnamenti: armonia, rispetto, purezza e tranquillità.

L’armonia è nella relazione tra i partecipanti, gli oggetti e il cibo, nel ritmico ciclo della vita e delle cose, che pur rimanendo uguali sono soggetti al mutamento, all’effimero che diventa l’unica realtà.

Il rispetto risiede nel riconoscimento della dignità insita in ogni uomo e in ogni semplice oggetto, la consapevolezza di essere in comunione col tutto.

La purezza contiene sia il puro che l’impuro come parti della realtà, si riferisce all’accoglienza del bello che si attua nella pulizia della stanza del tè così come dentro se stessi, spazzando via ciò che impedisce al bello di esser visto.

La tranquillità è stare in un luogo lontano dal frastuono del mondo, in ascolto del ritmo naturale, libero dai condizionamenti e vincoli, percependo la serenità e la sacralità dell’esperienza solitaria o condivisa con gli altri.

Mi piace osservare come, in questi tempi drammatici dove la libertà di movimento è stata ridotta, i lunghi periodi da trascorrere dentro le proprie abitazioni potrebbero essere utili per farci ritrovare la magia del tempo, spingerci a compiere veri e propri riti per ristabilire il nostro equilibrio interiore, a gustare il cibo e le bevande senza fretta, nella piena presenza di noi stessi.

Vivere una vita in umiltà ed in armonia con la natura e le persone, nel pieno rispetto della cultura Zen, semplicemente, ora.


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Maria Burgarella
Nata a Trapani e laureata in Psicologia all’Università “La Sapienza” di Roma, è studiosa di Alchimia Trasmutativa, psicologia quantistica, tecniche a mediazione corporea. La passione per l’arte e la scrittura si integrano nel suo approccio olistico alla comprensione della Psiche.

domenica 27 dicembre 2020

IL MITO DI ERCOLE. LE FATICHE DELL'UOMO CONTEMPORANEO

 

Il mito di Ercole

Le fatiche dell’uomo contemporaneo

27 DICEMBRE 2020, 
Bisogna davvero essere disperati per deporre le armi e abbandonare tutti gli strumenti di ricerca, nell’affidarsi totalmente al divino è la salvezza
Bisogna davvero essere disperati per deporre le armi e abbandonare tutti gli strumenti di ricerca, nell’affidarsi totalmente al divino è la salvezza

La sensazione di essere costantemente inadeguati, di non valere mai abbastanza, di essere incessantemente disapprovati dall’autorità genitoriale prima e da quella istituzionale poi, è uno dei ganci che il sistema capitalistico, basato sul principio di produzione e competitività, utilizza per mantenere le persone in uno stato di continua insoddisfazione. Questo fa precipitare le persone in una condizione di inappagamento che le conduce verso il bisogno spasmodico di produrre, consumare beni e ahimè distruggere relazioni, con la conseguente illusoria e transitoria percezione di sentirsi “inseriti nel sistema”. Ma è una condizione vana, ci sarà sempre chi produce di più, chi è più bravo e capace di…, chi possiede di più. La frustrazione impera nell’uomo contemporaneo, forse perché ha desacralizzato la relazione primigenia con la natura, con l’Anima del Mondo e con la sua anima? Oppure perché ha interrotto il flusso nel cordone ombelicale che lo lega all’invisibile, popolato dagli spiriti degli elementi, dagli archetipi, dalle eidos? Di quelle forme ideali che fanno “esistere”il mondo stesso: svuotandole di senso, l’uomo è rimasto senza più la sua connessione con la terra, perdendo quel senso di unità che il contatto con Gea gli donava dentro di Sé.

E qui interviene il mito, parola che significa narrazione, logos, la fonte primaria delle informazioni sulla storia dell’uomo, il racconto sacro della condizione umana al di là del tempo, che agisce anche se non ne abbiamo consapevolezza. Quando l’individuo viene sospinto nella sua mente razionale e della sua logica materialistica, non è in grado di accorgersi dei messaggi che i miti portano con sé e tende a sfuggire dal loro profondo significato: le figure mitologiche hanno infatti la funzione di tramandare tale conoscenza.

Questa condizione di continua manchevolezza, di penuria quantitativa e qualitativa conduce l’uomo contemporaneo a sentirsi come Ercole che con le sue dodici fatiche cercava di essere all’altezza di un dio ma non ci riusciva mai: non concludendo mai questa frustrante corsa alla perfezione, sfinito dalla fatica decide quindi di bruciare se stesso. Se si interpreta questa azione in termini metafisici piuttosto che letterali si comprende che la soluzione per uscire fuori da questo circolo vizioso è la dissoluzione dell’Io, quello che Jung indicava come parte del percorso di individuazione, erroneamente inteso come individualità, il cui culmine è scoprire chi veramente siamo. Tale processo porta al disfacimento della mente razionale e delle sue credenze limitanti e dogmatiche: il mito rivela all’uomo la verità e gli regala una grande lezione. Ercole suggerisce di non cercare sempre di soddisfare le esigenze che giungono dall’esterno e dall’autorità ma di accettare se stessi e amarsi, in quanto “sei perfetto così come sei”. Nel preciso momento in cui Ercole decide di darsi fuoco, Zeus lo afferra e lo porta nell’Olimpo, così diventa un dio come gli altri. Solo quando ha bruciato la sua identità diventa divino, scopre il divino in sé nella resa più totale, nell’abbandono, in un atto di fiducia dettata dalla disperazione. Bisogna davvero essere disperati per deporre le armi e abbandonare tutti gli strumenti di ricerca, nell’affidarsi totalmente al divino è la salvezza. Ercole in quell’istante è sciamano, ha destrutturato il suo Io, ha viaggiato tra i mondi dissolvendo e manifestando la realtà illusoria.

L’uomo contemporaneo riflette ancora quello stadio in cui Ercole si affanna nella lotta contro i mostri che non sono altro che parti di se stesso. L’Idra e le altre sfide poste innanzi all’eroe antico e all’antieroe moderno rappresentano l’illusione del raggiungimento di una perfezione divina che non è alla portata della mentalità letterale e logica, ma solo la lettura del mito con una mente poetica, quella sciamanica che trascende la razionalità, apre le porte dell’Olimpo e tutti gli dei accorrono e accolgono l’eroe, considerandolo finalmente come uno di loro.

Cito un passo del libro Il suicidio e l’anima di James Hillman che illustra magistralmente l’opera psichica del mito: “I miti governano le nostre vite. Pilotano da sotto le storie cliniche attraverso la storia animica. L’irrazionalità, l’assurdità e l’orrore di quegli esperimenti della natura che sono le nostre vite sono assunti su di sé dalle immagini e dai motivi mitologici, diventando in tal modo un po’ più comprensibili. Ci sono persone che devono vivere malamente la vita e poi morire malamente. Come altrimenti possiamo spiegarci il crimine, la perversità, il male? L’affascinante intensità di tali vite e di tali morti mostra che sono all’opera cose che trascendono il meramente umano”.

Ercole è un semi-dio, figlio della regina Alcmena, nome che significa forza d’animo, e di Zeus: è venuto alla luce dopo tre giorni, numero che in alchimia simboleggia il processo creativo di un nuovo uomo. Fin da bambino mostra una forza sovrumana, infatti riesce a strozzare i serpenti che la moglie di Zeus, Era, invia per ucciderlo quando è ancora in fasce. Il suo nome è quindi intriso delle qualità umano-divine dei suoi genitori, che sviluppa durante la crescita con gli insegnamenti di vari maestri, impara dal centauro Chirone la medicina, la musica e l’astronomia, diventa esperto nella lotta e nell’uso delle armi che gli saranno utili per superare le dodici fatiche.

Esploriamo brevemente il mito di Ercole: Era odia Ercole perché frutto dei tradimenti del marito e utilizza dei sortilegi per ucciderlo, simbolicamente metterlo alla prova, lo priva della ragione per pochi attimi ed Ercole in preda alla follia uccide moglie e figli. Consapevole del fattaccio, Ercole tenta il suicidio ma inutilmente, così si rivolge a Teseo, suo amico, che gli consiglia di interpellare l’oracolo di Delfi per sapere come redimersi. La risposta lo conduce al re Euristeo che gli impone di superare dodici fatiche, simbolo del viaggio iniziatico dell’Eroe e dell’incontro con le istanze psichiche profonde che devono essere trasmutate per recuperare la consapevolezza di essere figlio di Dio. E che sia proprio Euristeo a indicargli la via non è a caso, infatti, il suo nome significa stabile, fisso come la materia dell’opera alchemica, incorruttibile.

Le dodici fatiche rappresentano le prove, le difficoltà che ogni uomo affronta per liberarsi dalla materia e ritrovare la componente spirituale, ogni creatura mostruosa è una parte di sé che deve essere vista e dissolta con l’amore.

Prima fatica: l’uccisione del Leone di Nemea che simboleggia l’uccisione della personalità, il predominio del cuore nel cammino iniziatico, il coraggio di spalancare il cuore ed affidarsi ad esso. Ercole uccide il leone strangolandolo con il suo braccio, unico mezzo visto che la pelliccia dell’animale era impenetrabile da armi di metallo, ma questa pelliccia diventerà il mantello che lo renderà invincibile per le altre sfide.

Seconda fatica: la distruzione dell’Idra di Lerna, serpente a nove teste di cui la centrale era immortale, simbolo del dominio sul desiderio che dirige la volontà.

Terza fatica: consiste nel catturare la cerva di Cerinea, simbolo dell’intuizione che dirige l’intelletto, non viceversa.

Quarta fatica: catturare il cinghiale di Erimanto, simbolo dell’emotività controllata ed il raggiungimento dell’equilibrio interiore.

Quinta fatica: ripulire in un giorno le stalle di Augia, simbolo dell’acqua purificatrice, della comprensione del profondo valore del servizio.

Sesta fatica: disperdere gli uccelli del lago Stinfalo, simbolo del controllo della mente inferiore distruttiva.

Settima fatica: catturare il toro di Creta, simbolo dell’energia sessuale creativa che conduce all’illuminazione se indirizzata nell’aspirazione al divino.

Ottava fatica: rubare le cavalle di Diomede, simbolo del controllo della mente e la spinta spirituale ad aiutare gli altri, operando la giustizia.

Nona fatica: impossessarsi della cintura di Ippolita, regina delle Amazzoni, simbolo dell’insuccesso temporaneo, l’iniziato deve continuare la sua opera nonostante il pericolo di sbagliare, ogni nuovo inizio è soggetto ad errori ma è necessario perseverare.

Decima fatica: rubare i buoi di Gerione, simbolo dell’uomo divenuto salvatore del mondo dopo aver trasceso la parte animale di se stesso.

Undicesima fatica: rubare i pomi d'oro del giardino delle Esperidi senza sapere dove andare, simbolo della conoscenza e subordinazione del corpo fisico, del desiderio e della ragione.

Dodicesima fatica: portare vivo Cerbero, il cane a tre teste guardiano degli Inferi, a Micene, simbolo della sua completa iniziazione, ora è un semidio, uomo e Figlio di Dio capace di fare il viaggio ctonio tra i mondi.

O Ercole, il più bel essere cosmico
Le tue fatiche ci reclamano, ora così liberatorie
La tua luce guida canta nella notte
Dalle stelle così luminose, noi siamo la tua forza!

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Maria Burgarella
Nata a Trapani e laureata in Psicologia all’Università “La Sapienza” di Roma, è studiosa di Alchimia Trasmutativa, psicologia quantistica, tecniche a mediazione corporea. La passione per l’arte e la scrittura si integrano nel suo approccio olistico alla comprensione della Psiche.

venerdì 27 novembre 2020

LA VENERE ERYCINA E IL FEMMININO SACRO.

 

La Venere Erycina e il femminino sacro

Il culto della Grande Madre a Erice

27 NOVEMBRE 2020, 
Lela Burgarella, Le Jerodule, servitrici della Dea
Lela Burgarella, Le Jerodule, servitrici della Dea

La mia terra natia è la Sicilia, pervasa di misteri, fucina di antiche scuole esoteriche ed esempio di cultura matriarcale legata al culto della Grande Madre, archetipo del femminino potente e numinoso strettamente connesso con la Luna, con l’inconscio, dal significato simbolico ambivalente. La terra, infatti, accoglie nel suo utero, genera vita ma al contempo la distrugge in un ciclo incessante di nascita-sviluppo-maturità-declino-morte e rinascita che caratterizza sia la vita dell’uomo che i cicli cosmici. Questo processo è ben simbolizzato dall’Uroboros o serpente cosmico che divorando sé stesso si rigenera.

Un simbolo del femminino è la montagna che ispira la trascendenza, è axis mundi ovvero simboleggia l’asse che collega il cielo alla terra, così come tutte le costruzioni che tendono verso l’alto ripropongono la sindrome edenica cioè il desiderio di ricongiungersi con il divino, di superare la dualità basata sulla separazione illusoria tra l’Io e il Tutto che genera un senso di abbandono, di mancanza.

La mia città, Trapani, ha la sua montagna sacra, “U munte”, Erice, con il suo borgo medievale la cui origine affonda nel mito.

Diodoro Siculo narra che Erice fu fondata da Eryx, Re degli Elimi, figlio dell’argonauta Bute e di Afrodite, che dedicò la montagna a sua madre e fece erigere in suo onore un tempio sulla vetta. Inoltre la tradizione vuole che questo luogo sia stato abitato dai Ciclopi da cui prende il nome l’architettura ciclopica delle mura ericine o di quelle di Mozia antica. Da decenni viene custodita ed esposta in un negozio di prodotti tipici ericini una scultura molto amata dagli abitanti che raffigura un ciclope, tappa obbligata per i numerosi visitatori che affollano le strette vie del borgo.

Il mito narra che Erice sfidò Ercole, venuto a visitare il territorio, stabilendo un patto: se avesse vinto Ercole avrebbe ceduto le vacche sacre che portava con sé, in caso contrario Erice avrebbe ceduto le sue terre. La sfida vide vittorioso Ercole che con magnanimità lasciò il regno di Erice ai suoi abitanti.

Ma prima di esplorare il culto della Venere Erycina ritengo utile fare una premessa.

Nella cultura siciliana è ancora presente il principio dell’uovo cosmico come fondamento dell’universo e l’acqua come principio di fecondità.

L’uovo è infatti elemento sempre presente nella cucina tradizionale e delle festività. E non a caso, ma perché esso è simbolo del rinnovamento della vita. In molti miti siciliani, inoltre, sono protagonisti sia l’acqua che le ninfe. Conoscere il mito mediterraneo dell’uovo cosmico, fa comprendere le radici profonde delle tradizioni siciliane e del culto della Venere Erycina di cui mi appresto a narrare.

Questo mito inizia con l’emersione dal Chaos della Grande Dea nuda che, non trovando un appoggio, divise il cielo dal mare e cominciò a danzare sulle onde. Danzando vorticosamente si diresse verso Sud spinta piacevolmente dal vento caldo che l’accarezzava. Ad un certo punto si girò per afferrare il vento, lo sfregò tra le mani trasformandolo in un serpente gigantesco. Così la Dea riprese la danza a ritmo ora frenetico, passionale, accendendo il desiderio nel serpente che sfociò poi in un amplesso travolgente. Volando a pelo d’acqua la Dea si trasformò in colomba e depose l’uovo cosmico, ordinando al serpente di avvolgerlo tra le sue spire per sette volte. Dall’uovo dischiuso nacquero tutte le cose esistenti, il rettile però si vantò di essere l’artefice della creazione provocando l’ira della Grande Madre che lo imprigionò negli oscuri recessi di una caverna.

In questo affascinante mito delle origini vi è l’entità primigenia Chaos ed il principio femminile, Shekhinah, la dimora della parte femminile di Dio che ha la funzione di conciliare gli opposti, di unire cielo e terra. Il femminile fa da mediatore, quindi, tra il mondo divino e il mondo umano, la creazione del mondo materiale infatti è l’espressione femminile del Dio maschio e rappresenta essa stessa lo Spirito.

L’energia femminile opera nel buio, nelle profondità marine, è nell’oscurità dell’inconscio che avviene la cura dell’anima, la guarigione delle ferite, la trasmutazione delle energie inferiori. La Grande Madre è salvatrice e distruttrice, è la Dea dai mille volti e dai tanti nomi, Astarte per i Cartaginesi, Toruc per i Fenici, Afrodite per i Greci e infine Venere per i Romani.

Esploriamo quindi le caratteristiche uniche e ben strutturate del culto della Venere Erycina: affonda le sue origini in oriente come si deduce dal simbolo del cane consacrato ad essa e a molte divinità orientali lunari. Un’altra peculiarità è la prostituzione sacra, praticata già in oriente da secoli e in pochi luoghi nel mediterraneo tra i quali Erice, ellenizzata dal 750 a.C.

Dal mito origina anche l’allevamento di colombe: dal tempio, infatti, al ritorno della primavera le sacerdotesse ne liberavano uno stormo, atto simbolico dell’epifania dello spirito, diretto all’omologo tempio cartaginese di Sicca Veneria, mentre dall’Africa altre colombe giungevano al tempio ericino.

Il sontuoso santuario di Venere Erycina era il tempio più bello e più visitato di tutta la Sicilia: strabordava di oro, argento e tesori accumulati nel tempo. Fu costruito all’aperto, sull’asse nord-est/sud-ovest come tutti i templi orientali, su una piattaforma di base progettata dall’architetto Dedalo che possiamo ammirare a tutt’oggi. Molti alberi e colonne lo circondavano, vi era inoltre un suggestivo pozzo sacro dove le sacerdotesse e la Dea si immergevano per purificarsi.

Con i romani il culto diventerà religione pubblica, infatti nel 211 a.C. fu portata la statua della Dea dal tempio di Erice a Roma e furono poi edificati due templi in onore alla Venere Erycina. Con l’avvento della religione cristiana, nel quarto secolo d.C., il tempio fu distrutto e sulle rovine elimo-fenicie-romane fu costruito dai Normanni il Castello di Venere, tutt’ora meta di turisti da tutto il mondo.

Dal racconto del filosofo Licofrone la Dea avrebbe salvato le tre figlie del troiano Fenodamante portandole sul monte Erice. Egesta, la maggiore, si accoppiò con il fiume Crimiso che assunse le sembianze di un cane e dall’unione nacque Ergeste, fondatore di Segesta. Si narra che periodicamente al tempio si consumasse un amplesso tra una delle Jerodule, le sacerdotesse ericine, e il Gran Sacerdote del Tempio che indossava la maschera di un cane.

La prostituzione sacra era praticata dalle Jerodule che arrivavano da ogni parte dell’isola ed offrivano la loro verginità alla Dea congiungendosi con i viandanti che arrivavano fin lassù, ogni compenso ricevuto arricchiva il tesoro del tempio che fu razziato per le sue ricchezze da Amilcare Barca.

Le Jerodule erano “servitrici della Dea”, giovani vergini che praticavano riti sia sessuali celebrando così lo hieros gamos, il matrimonio divino, che riti con danze e musiche. Inoltre, esse avevano il compito di mantenere il fuoco acceso dell’ara come segnale per le navi di passaggio.

La dimensione rituale è imprescindibile per la psiche. Come afferma Mircea Eliade: “Ogni rito, ogni mito, ogni credenza, ogni figura divina riflette l’esperienza del sacro, e di conseguenza implica le nozioni di essere, di significato, di verità. Il ‘sacro’ è insomma un elemento nella struttura della coscienza, e non è uno stadio nella storia della coscienza stessa. Ai livelli più arcaici di cultura vivere da essere umano è in sé e per sé un atto religioso, poiché l’alimentazione, la vita sessuale e il lavoro hanno valore sacrale. In altre parole, essere – o piuttosto divenire – un uomo significa essere ‘religioso’.”

Il sacro è la divinità che emana parti di se stessa nelle forme manifestate, è l’unione tra cielo An e terra Ki, tra principio maschile e femminile, da questa diade si manifesta l’Anima del Mondo.

Attraverso l’esperienza del sacro l’uomo soddisfa il bisogno innato di significato, di senso sia del mondo che dello stare nel mondo, conquista lo stato di coscienza non duale, quel paradiso perduto con la nascita dell’Io che è principio di separazione dal Tutto, l’uomo ritrova così l’unione col divino.

Nel rito sacro vi sono degli elementi ben precisi impregnati di energia vivificante: colui che vuole il rito, colui che lo celebra, l’offerta sacrificale e colui al quale l’offerta è dedicata ovvero il divino nelle sue infinite forme.

E qual è la matrice di tutte le energie se non l’energia erotica? Essa è l’energia creativa per eccellenza, è strumento di conoscenza, la vera conoscenza infatti è un atto erotico che spalanca il portale di accesso ad uno stato di coscienza ampliato in cui avviene l’unione con il mondo delle idee, degli Dei che sono aspetti del divino onnipresenti in tutti gli elementi della natura.

La sessualità è un atto creativo sacro, è offrire il Sé, è fare l’amore con il divino, con l’Anima del Mondo che è la manifestazione stessa del Sé. Così si sperimenta l’estasi, l’ispirazione, la liberazione dai condizionamenti dell’Io.

L’atto sessuale nella prostituzione sacra simboleggia l’offerta alla Dea della potente energia che si scatena durante l’amplesso, per rinnovarne la fecondità, per favorire il rinnovamento dei cicli cosmici e l’abbondanza dei raccolti. Esso avveniva all’aperto, in connessione diretta con gli elementi e con l’offerta dei residui degli amplessi alla madre terra.

In questa ottica quando un uomo e una donna scelgono di unirsi per fare l’amore diventano sacerdote e sacerdotessa, incarnano i due principi universali dalla cui fusione deriva la manifestazione delle forme nel mondo. Dedicare l’atto d’amore a qualsiasi cosa che abbia un valore benefico per l’umanità e per il cosmo, sacralizza l’energia quantica che viene rilasciata nell’atto sessuale, in quel momento di vuoto, di connessione con il campo unificato della pura coscienza.

Il solo Tempio veramente sacro è il mondo degli uomini uniti dall’amore.

(Lev Tolstoj)

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Maria Burgarella
Nata a Trapani e laureata in Psicologia all’Università “La Sapienza” di Roma, è studiosa di Alchimia Trasmutativa, psicologia quantistica, tecniche a mediazione corporea. La passione per l’arte e la scrittura si integrano nel suo approccio olistico alla comprensione della Psiche.