lunedì 27 luglio 2020

Psicoalchimia, uno strumento di autoconoscenza.


https://wsimag.com/it/scienza-e-tecnologia/62907-psicoalchimia

Psicoalchimia

Uno strumento di autoconoscenza

27 LUGLIO 2020, 
Maria Burgarella, Inconscio verbalizzato
Se consideriamo che la realtà di cui facciamo esperienza è il nostro “mondo”, ossia l’insieme delle persone con le quali abbiamo relazioni, possiamo comprendere quanto è importante conoscere se stessi interagendo emotivamente con esse. Tutto il resto è sfondo, come disse Carl Gustav Jung “Il resto del mondo è tutto nei giornali, è mitologia giornalistica”.
Interviene in questo intreccio di relazioni la legge della risonanza o degli specchi secondo cui gli altri rimandano delle parti di noi da elaborare per l’autoconoscenza. Così ciò che irrita o disturba porta a una scelta: aprire la porta interiore e guardare dentro alla ricerca dell’origine del disagio o sbarrarla proiettando sugli altri la causa dei propri mali.
Sarebbe auspicabile operare la scelta di varcare la soglia del mistero celato dentro noi stessi, di iniziare il Viaggio dell’Eroe e scrivere la fiaba della nostra vita.
Succede sovente però che il dolore viene allontanato, represso, negato addirittura, ma più ci si oppone ad esso tanto più persisterà. Jung afferma “Non c’è presa di coscienza senza sofferenza. La gente arriva ai limiti dell’assurdo per evitare di confrontarsi con la propria anima. Non si raggiunge l’illuminazione immaginando figure di luce, ma portando alla coscienza l’oscurità interiore”.
E qui entrano in scena le emozioni, dal latino e-movere qualcosa che si muove. Esse sono eventi fisici che hanno dei correlati a tutti i livelli: endocrino, immunitario, nervoso. Immaginiamole come un’onda che sale, arriva al suo picco, scende e fluisce. Il momento di ascolto dell’emozione spesso non accade, si scappa dalla stessa a meno che non sia piacevole.
Poiché siamo un campo energetico psico-emotivo in continuo flusso, un blocco emotivo si riflette nel corpo che contiene tutte le memorie psico-biografiche. Le emozioni non fluite e represse si cristallizzano divenendo dei sintomi psicologici, psicosomatici e organici, come sappiamo dagli studi della PNEI (Psiconeuroendocrinoimmunologia). Ogni sintomo psicosomatico è quindi una conversione, cioè uno spostamento dell’emozione sul soma. Le emozioni sono “amiche” funzionali al benessere, anche quelle connotate negativamente, ma per renderle tali servono tre passaggi: accogliere il nostro dolore, accettare le emozioni distoniche e amare, il processo alchemico così come ogni cambiamento interiore necessita del lievito madre amore.
Un’antica scienza esoterica il cui scopo era quello di trasformare ciò che per l’uomo è negativo in positivo, per fargli scoprire la sua vera natura interiore, è l’Alchimia - dal greco khymei - fondere, allegare, colare insieme - descrive il processo di trasmutazione del piombo-Io in oro-Sé, la pietra filosofale, la sostanza catalizzatrice capace di sanare la corruttibilità della materia.
Molti anni fa iniziai ad interessarmi all’Alchimia, sia come scienza esoterica che come metafora della realizzazione del Sé attraverso l’esplorazione dell’inconscio, nel cammino di individuazione che ognuno di noi percorre nella sua esistenza.
Le tre fasi dell’opera alchemica – Nigredo, Albedo e Rubedo – rappresentano l’itinerario psichico che conduce alla coscienza di sé liberata dai conflitti interiori e sono, a mio parere, dei cambiamenti di stati di coscienza.
Mi piace suggerire l’immagine della fionda per rappresentare il percorso alchemico di individuazione. Per lanciare il sasso occorre tirare la fionda al massimo possibile all’indietro, bisogna arrivare al punto più profondo di se stessi per poi fare il salto quantico della guarigione.
Il compito affidato all’individuo è di cercare l’unica cosa che esiste: il Sé, essere quindi un uomo che ha coscienza di chi è e di quello che fa. Lo strumento che conduce a questa consapevolezza è il Logos o Intelligenza, la luce che rischiara le tenebre dell’inconsapevolezza.
Così come l’alchimista opera sugli elementi chimici trasformandoli, così lo psico-alchimista, insieme al soggetto, trasforma con l’osservazione e la conoscenza gli elementi intrapsichici emersi.
Le resistenze ad intraprendere l’unico vero viaggio della vita, quello dentro se stessi, risultano amplificate quando si vive un periodo emotivamente impegnativo, ci si sente vulnerabili, disorientati e insicuri. Le proprie certezze vacillano e le emozioni assumono l’aspetto di cavalli selvaggi che finiscono per gettare la persona nell’angoscia. Proprio per questo risulta indispensabile superarle. La paura del viaggio iniziatico può essere mitigata dalla presenza di una guida – come, ad esempio, Virgilio, nella Divina Commedia - che simboleggia quella figura pronta ad accompagnare l’individuo che voglia affidarsi e sia disposto ad affrontare questo processo con fiducia in sé e in colui che opera il sostegno psicologico.
Così lo psico-alchimista è una sorta di guida che non ritiene vi sia separazione tra la dimensione materiale e quella simbolica e spirituale, non considera la sofferenza come qualcosa da eliminare, da scacciare come un demone, come un nemico da combattere, ma come un’amica da accogliere e ascoltarne il messaggio, funzionale alla propria disvelazione: “Tu sei perfetto!”.
Il tasto di accensione del processo alchemico è la catabasi ossia la discesa negli Inferi dell’inconscio, descritta da Dante nel suo testo iniziatico; sulla porta dell’Inferno si legge “Lasciate ogni speranza o voi che entrate”, volendo sottolineare come sia necessario abbandonare tutte le credenze e le illusioni. Una volta entrati nella selva oscura non c’è speranza di tornare indietro, non è possibile restare la persona che si era prima poiché se ne uscirà totalmente trasmutati in una nuova essenza.
Così come nel motto alchemico “Solve et coagula” che significa “sciogli e ricomponi”, viene indicata la destrutturazione interiore che precede l’integrazione delle parti in una nuova “forma”.
Il confronto con la sofferenza induce paura, reticenza, come ogni cambiamento. Nella filosofia buddista che offre ottimi spunti di riflessione su questo tema, troviamo le 4 nobili verità espresse dal Buddha, in particolare la prima afferma “La vita è sofferenza, dolore”. Il dolore è Dukka: Duh è un prefisso negativo, Kha significa vuoto, dunque Dukka sottintende qualcosa di inconsistente, insoddisfacente, illusorio. La sofferenza è illusoria ma per realizzare che lo è bisogna “stare nella sofferenza”. Questo concetto richiama alla mente l’immagine del Buddha immerso nel Samadhi, uno stato di estasi, completamente “presente” e connesso con il Superconscio, con il campo quantico della coscienza universale, ad indicare la via regia per la dissoluzione del dolore ossia l’osservazione distaccata ma presente.
L’Ombra esiste in presenza della Luce. Luce e Ombra sono metafore del bene e del male, positivo e negativo, le polarità, la dualità nella quale viviamo e che è manifesta nella natura; vediamo ogni giorno il sole e la luna, pensiamo che siano separati ma non lo sono, coesistono.
Torniamo all’Alchimia e alle sue tre fasi: Nigredo, Albedo e Rubedo.
La Nigredo o opera al nero, è la prima fase in cui la materia viene frammentata, disgregata, dissolta nella putrefazione. Nella Divina Commedia rappresenta il passaggio di Dante e Virgilio attraverso l’Inferno. Nella psicologia analitica elaborata da Jung, il termine indica “la notte oscura” dell'anima, è il processo di putrefazione dell’Ego, delle credenze limitanti, degli auto-sabotaggi e pregiudizi che provoca un intenso smarrimento, disperazione, una sensazione di vuoto, ma che per Jung è un prerequisito essenziale per lo sviluppo personale nel percorso di individuazione. Il confronto con l’Ombra genera una disillusione, si realizza l’inefficacia delle proprie convinzioni. Rappresenta la morte simbolica della Persona, la disidentificazione seguita dall’enantiodromia ovvero il rovesciamento nell'opposto. La Nigredo cede il passo all'Albedo, la discesa sempre più profonda nell'inconscio si tramuta in un'illuminazione dall'alto.
La seconda fase è l’Albedo o opera al bianco; la massa informe scaturita dalla Nigredo subisce la distillazione e viene preparata per la sublimazione, la materia disciolta viene ricomposta in una sintesi superiore. In questa fase, collegata all’accettazione, si attua la pratica della consapevolezza e dell’osservazione distaccata dei propri contenuti psico-emozionali. Si elaborano i problemi, inizia la cura, il superamento delle difficoltà e una nuova visione delle cose, si percepiscono nuove energie, vi è un’espansione della coscienza e della immaginazione creativa, si possono avere intuizioni che trasformano, una vera rinascita. Si apre la porta del Sé.
Nella Divina Commedia è la risalita di Dante e Virgilio nel Purgatorio. Jung equipara l'Albedo alla rivelazione dell'archetipo dell'Anima, il lato femminile inconscio negli uomini, e dell'Animus, il lato maschile inconscio nelle donne.
Il soggetto, secondo Jung, ora consapevole degli aspetti negativi della propria Ombra, non li proietta più all'esterno ma si confronta costruttivamente con essi, attraverso la riflessione si ripiega in modo cosciente sui propri contenuti inconsci. L'Albedo consiste in definitiva nella distillazione dell'Io dall'inconscio, l’Ombra si integra nella personalità.
L’ultimo stadio è la Rubedo o opera al rosso; rappresenta la fase in cui la materia si ricompone, fissandosi e sublimandosi sotto l’effetto del fuoco, dello spirito, trasmutandosi in oro attraverso l’amore. La fase del ricongiungimento degli opposti, dell’unione di spirito e materia. Si attua la fusione tra l’Ego e il Sé, culmine del processo di individuazione.
Nella Divina Commedia rappresenta l’ingresso di Dante (energia maschile) e Beatrice (energia femminile) nel Paradiso, il matrimonio alchemico, l’integrazione delle due energie yin e yang.
In questa fase si sperimentano stati interiori di gioia, armonia, apertura alla vita e agli altri, pace, amore per se stessi e amore universale, senso di unione con il tutto. Si realizza, così, la pietra filosofale, il Sé, si è in connessione con la coscienza universale che risiede in tutte le cose sempre.
Quando si perviene ad uno stato di gratitudine e amore si entra in risonanza con il campo della pura consapevolezza che guarisce. Si entra in coerenza con lo stato quantico dove accade ogni cosa istantaneamente.
Questa condizione è ben rappresentata dalla frase di Thich Nath Hanh “Il sole è il mio cuore”.
Innamoriamoci dell’Ombra e conosceremo chi davvero siamo.
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Nata a Trapani e laureata in Psicologia all’Università “La Sapienza” di Roma, è studiosa di Alchimia Trasmutativa, psicologia quantistica, tecniche a mediazione corporea. La passione per l’arte e la scrittura si integrano nel suo approccio olistico alla comprensione della Psiche.

lunedì 29 giugno 2020

L'agorafobia della coscienza.


https://wsimag.com/it/benessere/62597-lagorafobia-della-coscienza?fbclid=IwAR0-gDj8kEkGG1rN2dEEpS2Lcm0Axx4mfSbeDyoprrorFGmqEG20KuXzKIA

L’agorafobia della coscienza

Tra il dormiente e l’insonne in tempi di COVID-19

27 GIUGNO 2020, 
La schiavitù inconsapevole, foto Sergio Pessolano
Un evento nuovo, un’emergenza imprevista, uno spostamento dal comfort quotidiano come quello che stiamo vivendo in questo periodo, determinano un’altalena di stati interiori distonici caratterizzati da incertezza, ansia, paranoia, una percezione di vulnerabilità, di precarietà che spaventa.
La paura del cambiamento è la radice di tutte le paure, compresa quella della morte che rappresenta un cambiamento di stato determinato dalle credenze soggettive, di conseguenza l’uomo che non ha voluto prendere coscienza di Sé, ma ha affidato la sua individualità al sonno individuale e collettivo, vivendo come un dormiente scisso dalla sua realtà interiore, costretto tra le pareti della solitudine e il tempo liberato e amplificato, rischia di passare ad uno stato di veglia forzata e inconsapevole che lo spinge verso un’inspiegabile insonnia. Ma anche l’uomo che credeva di essere centrato e che immaginava di aver raggiunto un buon livello di consapevolezza, si ritrova a fare i conti con le mutazioni sociali in atto che fanno scattare quei meccanismi di difesa messi in moto dalla percezione di una minaccia.
Come reagisce la Psiche di fronte all’apertura di nuovi orizzonti e alla chiusura di realtà ormai obsolete? Partiamo dalla paura di fronte a spazi immensi e per estensione a tempi amplificati, l’Agorafobia. Si tratta della sensazione di angoscia che prova un individuo in spazi sconosciuti e ampi sia all’aperto che in una grande folla perché perde la sua capacità di controllo, etimologicamente "paura della piazza", dal greco αγορά piazza e φοβία paura. Tale fobia lo spinge alla fuga immediata verso un luogo sicuro.
Se lego questo termine con lo stato interiore di ogni persona, posso parlare di “agorafobia della coscienza”, ossia intendo quell’atteggiamento mentale di fuggire dagli spazi aperti della coscienza inesplorata, la paura di avventurarsi in questo spazio oscuro, sconosciuto che limita nel proprio recinto colui che preferisce sostare nella materia, nella zona comfort delle false sicurezze, dell’illusione di essere unicamente la sua mente, “persona” e corpo che deriva dall’identificazione con esse. Ma è proprio questo cammino iniziatico che viene richiesto in ogni esistenza, quel percorso d’individuazione teorizzato da Jung nella sua psicologia analitica che conduce alla scoperta del Sé, la vera natura dell’uomo.
Si tratta di una vera e propria fuga dall’incontro con la materia oscura della coscienza e dai suoi contenuti: si preferisce rimanere ancorati al “locus of control” esterno attribuendo la causa dei mali fuori di sé, piuttosto che rivolgere l’attenzione verso quello interno, finendo per delegare totalmente ad altri il potere sulla vita. Questo meccanismo rende gli uomini schiavi inconsapevoli che arrivano ad amare le loro catene e i loro carcerieri.
Si può affermare che vi sia una similitudine tra questo processo di rinuncia e delega con quel meccanismo di difesa chiamato “identificazione con l’aggressore” - una forma di identificazione concettualizzata in psicoanalisi da Sandor Ferenczi - che ha origine in età infantile quando la paura dell’autorità e della forza del genitore, unita a sentimenti di ammirazione e riverenza, inibisce la reazione, addirittura la capacità di pensare, inducendo il bambino a sottomettersi alla volontà genitoriale, a indovinarne i desideri, a obbedirgli e a identificarsi con lui. Vengono inibite le reazioni di disgusto, odio e difesa, preferendo la sottomissione per la sopravvivenza. La vittima abdica rinunciando alla propria persona consegnandosi all’aggressore. A causa della paura, in questo momento storico del Coronavirus, del futuro sia sociale che economico, le persone “fuggitive”, si affidano ciecamente a chi detiene il potere e seguono alla lettera le sue prescrizioni, convinte di essere protette e quindi di sopravvivere, cedendo più o meno inconsapevolmente la loro libertà.
D’altra parte, chi detiene il potere aggancia sempre più fortemente tale paura inducendo le folle ad affidarsi, manipolandole per i suoi scopi leciti e illeciti.
Eppure, se ogni uomo ha una missione in questa vita, ovvero l’evoluzione dello spirito e quindi della coscienza, affinché si realizzi innanzitutto è necessario un atto di volontà del soggetto che permette l’acquisizione della conoscenza attraverso l’esperienza che coinvolge anche il corpo e l’anima. L’esplorazione della realtà che ci consente di ampliare i nostri saperi avviene proprio attraverso la coscienza, una sorta di Direttore dei lavori della nostra evoluzione.
Quando la goccia (intelligenza individuale) si stacca dall’oceano (logos, somma intelligenza) è cosciente di essere viva ed eterna ma non è cosciente di essere essa stessa l’oceano poiché non conosce l’intero oceano. Per giungere all’Io Sono l’Oceano deve conoscere e fare esperienza, saturarsi di questa per ritornare all’Uno.
Il maestro Gesù parlava dei “poveri di spirito” ossia di spirito privo di evoluzione, proprio per indicare lo scopo dell’essere umano ossia l’evoluzione dello Spirito: esso proietta due nature, coscienza e materia, la prima più sottile dell’altra e che rappresenta la vibrazione soggettiva.
Possiamo, quindi, ammettere che ogni uomo possieda una vibrazione legata al proprio stato di coscienza. Quanto più esso è evoluto, maggiore è questa sua vibrazione. Se, invece, nella coscienza sono presenti forme limitanti, generate dalla mente, dal piccolo Io identificato con la materia del suo corpo e dei suoi pensieri, questa vibrazione si abbassa, aprendo un varco alle energie disarmoniche e ai pensieri oscuri che compromettono anche il sistema immunitario.
Le neuroscienze sono state per lungo tempo impegnate a cercare il substrato anatomico della coscienza e lo ritengono localizzato nel cervello, ma questo paradigma è ormai obsoleto. Andando indietro nei millenni ci vengono in aiuto le conoscenze vediche, secondo i Veda - (conoscenza universale) una raccolta di antichi testi sacri dei popoli Arii dell’India- la coscienza esiste al di fuori dei limiti fisici, quindi è non locale. I Veda sono “nitya” – eterni e “apaurusheya” ovvero non creati, hanno cioè un’origine divina e rappresentano una trascrizione sequenziale della natura nel suo stato immanifesto.
In queste scritture viene espressa la Shruti, la vibrazione dell’intelligenza in forma sonora generata in modo autoreferenziale dalla coscienza, la conoscenza udita dall’inizio dei tempi e trasmessa oralmente ai brahmani: in principio fu il verbo, la vibrazione, il suono.
Sembra proprio che la fisica quantistica possa spiegare la fondatezza delle conoscenze vediche. Infatti, l’osservatore creerebbe il collasso d’onda in una determinata direzione modificando la realtà, così come accade nella relazione terapeutica quando vengono osservati i contenuti psichici emersi durante la terapia da entrambi gli attori, terapeuta e paziente, modificandoli. E secondo questa teoria la coscienza umana avrebbe la capacità di provocare eventi, di anticipare e modificare eventi futuri, di creare nuove realtà ed esisterebbe un collegamento tra le coscienze individuali.
Il pensiero crea nel bene e nel male anche nella nostra inconsapevolezza, ogni pensiero si riflette nel mondo, collassa nella materia, ogni uomo ha la responsabilità di ciò che accade, nessuno escluso. Allora torniamo alla scelta descritta prima: intraprendere il cammino interiore verso il Sé che conosce tutto e diventare creatore consapevole della realtà individuale e collettiva o rimanere nell’agorafobia della coscienza. La conoscenza di sé stessi rende liberi dalle catene della società, delle credenze imposte e interrompe il ciclo del Samsara, la ripetizione di schemi autosabotanti, la coazione a ripetere descritta da Freud che conduce alla frustrazione e all’infelicità, come criceti che ruotano incessantemente nella ruota.
Concludo citando il grande maestro Ramana Maharshi che suggerisce di uscire dal bozzolo dell’inconsapevolezza.
Ognuno di noi deve indagare in sé per scoprire Chi davvero siamo.
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Nata a Trapani e laureata in Psicologia all’Università “La Sapienza” di Roma, è studiosa di Alchimia Trasmutativa, psicologia quantistica, tecniche a mediazione corporea. La passione per l’arte e la scrittura si integrano nel suo approccio olistico alla comprensione della Psiche.

sabato 30 maggio 2020

COVIDFAGIA

L’altra sera finalmente incontro qualche amica e constato che in qualsiasi argomento di cui parlavamo era sempre onnipresente il famigerato virus, una vera ossessione! Proviamo a non parlare di questo ma ogni sforzo risulta vano, vacanze, lavoro, ogni sfera personale e sociale è contaminata, non c’è un argomento immune al covid!
Sto assistendo ad un nuovo sintomo ossessivo-compulsivo che ho chiamato COVIDFAGIA : fagocita tutti gli altri argomenti della comunicazione, spinge le persone alla compulsiva igienizzazione, all’acquisto della migliore mascherina, a tenere la distanza di sicurezza, installando come un programma la paura dell’altro percepito come una minaccia alla propria incolumità, ma il vero pericolo è proprio questo! L’essere umano è un animale sociale, necessita di relazioni, di vicinanza, di contatto, di esprimere col volto le emozioni, di abbracciare ed essere abbracciati.
Una vera e propria ossessione collettiva! Il pensiero covidgenerato ha invaso le menti acquisendo sempre più potenza.
L’ossessione o pensiero ossessivo è un fenomeno psicopatologico che consiste in un'idea fissa o in una rappresentazione mentale accompagnata da un vissuto ansiogeno e che il soggetto non può controllare pur avendone coscienza. Si tratta di un pensiero continuo, che ricorre e persiste nonostante gli sforzi per ignorarlo o eliminarlo. Le idee fisse si presentano continuamente e resistono ai tentativi del soggetto di ignorarle, di scacciarle dalla mente o di sostituirle con altri pensieri o azioni.
Le ossessioni possono assumere tre forme: pensieri, immagini e impulsi.
“Ho dimenticato le chiavi di casa” oppure “Ho dei batteri sulle mani” sono esempi di pensieri ossessivi, le immagini possono essere a sfondo sessuale o religioso o ritenute vergognose dall’etica del soggetto, infine gli impulsi possono essere di far male a qualcuno o di assumere atteggiamenti sconvenienti in pubblico, tutte e tre le forme sono accompagnate da compulsioni ossia azioni volontarie che hanno lo scopo di ridurre il disagio causato dall’ossessione, ad esempio lavarsi continuamente le mani, o ritornare indietro per controllare di aver chiuso il gas o l’auto, contare scalini o mattoni, recitare preghiere o ripetere formule.
Un pensiero comune in una moltitudine di persone crea un’egregora nella coscienza collettiva che si nutre dell’energia e della frequenza di questo pensiero. Come agire per neutralizzarla? E’ necessario agire individualmente, ciò si rifletterà nella coscienza collettiva, per guarire dalle ossessioni bisogna intervenire sui pensieri, averne il controllo, rivoltarli come un calzino, affrontare le paure sottostanti, centrarsi.
Un processo necessario già di per sé ma ancor di più in questo delicato momento storico.
Buona de-programmazione!
Un abbraccio
Dott.ssa Maria Burgarella



mercoledì 4 marzo 2020

La follia delle folle ai tempi del coronavirus.

Da quando è scoppiato il caso "coronavirus" l'Italia è piombata in una nevrosi isterica, complici sia le informazioni discordanti sul virus, sulla sua origine e diffusione, che le frettolose azioni istituzionali atte a contrastare l'epidemia. Si è creato uno stato di confusione sul da farsi, un "procurato allarme" che ha avviato le risposte isteriche della gente, la corsa all'acquisto di mascherine e disinfettanti, l'approvvigionamento spasmodico di cibarie e scorte come in uno stato di imminente guerra e carestia.
E mi è tornato prepotentemente alla memoria un libro che lessi quando frequentavo l'università e che mi aveva molto affascinato; "La Psicologia delle folle" di Gustave Le Bon, quanto mai attuale!
In particolare una frase che riporto fedelmente: "Le folle non sono in alcun modo illuminate dalla luce della ragione; in quanti fanno parte di esse si determina un annullamento della personalità cosciente e un predominio di quella inconscia; per il solo fatto di appartenere ad una folla l'uomo scende di parecchi gradini la scala della civiltà diventando un istintivo, un primitivo, un barbaro."
Se aggiungiamo a questo l'emozione paura il gioco diventa più duro: assistiamo oltre che all'annullamento della personalità cosciente e al predominio della personalità inconscia, all'orientamento dei sentimenti e delle idee, determinato dalla suggestione e dal contagio, in un unico senso (difendersi e combattere il virus), l'individuo non è più sé stesso ma un automa impotente e incapace di guidare la propria volontà, preda delle maree della folla.
Sappiamo dalle neuroscienze che l'emozione di paura, il senso di incertezza e di angoscia, "stressano" il sistema immunitario e alterano la risposta biochimica del nostro corpo, rendendoci maggiormente vulnerabili ai virus e alle malattie, proprio ciò che vorremmo evitare!
Poichè non abbiamo il controllo se non di noi stessi e delle nostre risposte agli eventi che accadono "in" noi, iniziamo ad esercitarlo adesso! 
Il coronavirus, a mio parere, ci sta offrendo delle opportunità, sta a noi decidere se coglierle o meno.
Esaminiamo quali sono: 
Innanzitutto ci offre la possibilità di "isolarci" per entrare in contatto con noi stessi, di sentire il nostro respiro dentro la "mascherina", una metafora della difesa dalla realtà che percepiamo minacciosa. 
Rallentiamo per rivedere le nostre convinzioni sul mondo e su noi stessi, per rivalutare il nostro obiettivo di vita, i valori personali e collettivi.
Il silenzio dell'isolamento ci permette di ascoltare la voce interiore, spesso taciuta dagli impegni quotidiani e dalla fuga da sé stessi,  evitando però che il distacco dal mondo esterno diventi cinismo e diffidenza.
Inoltre, il virus è un elemento vivo dell'Ombra, una forma archetipica che rievoca la paura della morte, della malattia, la sua ombra dilatata dall'assenza di ascolto ci può sovrastare se non la vediamo e la accogliamo.
L'incontro con gli archetipi impone un' operazione alchemica, la trasmutazione dei lati oscuri in luce che accade nel momento in cui accettiamo le emozioni che ci provocano.
Come rispondo alla paura? Cosa sento quando viene pronunciata la parola coronavirus?
Che emozione suscita l'immagine del virus?
Questo processo di ascolto interiore è la materia prima della trasmutazione.
Il caos generato dalla presenza del virus rappresenta una svolta evolutiva, una crisi che conduce a un cambiamento di paradigma sia a livello personale che collettivo.
Poichè ogni cosa ha un suo scopo e messaggio, non possiamo fuggirne ma comprenderlo.
Vorrei soffermarmi sul nome corona-virus, sappiamo che ogni nome ha una frequenza, una vibrazione, è portatore di un significato nascosto, esoterico.
Questo nome richiama il settimo chakra Sahasrara, detto chakra della corona, situato sulla sommità della testa, non governa nessun organo, al contrario degli altri, ma è responsabile del corretto funzionamento della corteccia cerebrale e della ghiandola pineale, presiede alle più alte funzioni del pensiero quali trascendenza, conoscenza e spiritualità.
Il suo nome sanscrito è "mille volte tanto", in riferimento ai mille petali del fiore di loto che schiudendosi uno ad uno simboleggiano lo sviluppo spirituale individuale.
Il Sahasrara è connesso ai sentimenti di compassione, di altruismo, di umiltà, di perdono, di fiducia, quando è equilibrato, mentre invece quando è bloccato il pensiero lucido ne risente gravemente, sono presenti sintomi quali mal di testa, fobie, psicosi, elementi che bloccano lo sviluppo spirituale e che fanno precipitare nel materialismo, nell'insoddisfazione che non diminuisce con l'accumulo di beni fisici, nella paura della morte rifiutando tutto ciò che non ha una spiegazione logico-razionale.
Esattamente ciò che sta succedendo in questo preciso momento storico!
Il paradigma materialistico ha prodotto l'esaurimento delle risorse planetarie allontanandoci sempre più dalla nostra "umanità", dalla connessione con la natura, con la madre terra che ci sostiene ancora nonostante noi "esseri umani", che accoglie sulla sua terra martoriata e depradata uomini "alienati", mossi dall'interesse personale, dal consumismo emotivo.
Ebbene siamo di fronte ad una presa di coscienza epocale, come utilizzeremo lo strumento evolutivo che il caos ci offre?
Abbiamo a nostra disposizione un ingrediente speciale, base di ogni creazione, l'Amore,
il centro del tutto.
Esso influisce sulla biochimica, sul DNA, cellula per cellula, è un mistero "sentito" nel corpo, è l'energia quantica che arriva dalla sorgente creativa, è ovunque, il mattone primario di tutto ciò che è, anche della coscienza. Non ha secondi fini, è un cerchio puro.
Amore dal latino A-mors, senza morte, significa, al suo opposto, che senza amore si muore, laddove c'è amore vi è la vita.
Il miglior vaccino quindi è l'amore, eleva le nostre frequenze, ci rende immuni, forti e vitali!
Concludo con una frase che amo molto:

"Il mio peso è il mio amore, esso mi porta dovunque mi porto." Sant'Agostino